Vittore, stanco dal viaggio, prese commiato. Federigo lo mirò con disprezzo; indi congedò gli altri principi e disse ad Arnando suo segretario, e al cancelliere Arcivescovo di terminare le lettere incominciate ai Re di Francia e d'Inghilterra, per la convocazione d'un nuovo concilio. Entrò poi nella stanza del Conte, e passeggiò alcuni minuti colle braccia incrocicchiate.

Frate Uguccione l'adocchiava di soppiatto, cacciava via il sonno, ripensando un curioso fatto, raccontatogli, anni sono, da un pellegrino. Cioè come nella dieta Generale, tenutasi in Roncaglia nel 1115, essendo stati interogati i famosi dottori delle leggi dello studio di Bologna, Martino Gossia, Bulgaro, Iacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, di chi fossero i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, i porti, i mulini, le pescagioni, ed insomma quanto comprendesi sotto il nome di regalie, quei grandi dottori aveano concordemente sentenziato: — Tutto, tutto è dell'Imperatore! — Uguccione ricordava pure d'aver inteso, come cavalcando un giorno Federigo fra due di que' sapienti, Bulgaro e Martino, li avea interogati s'egli fosse giuridicamente signore del mondo intero. Ed avendo Bulgaro risposto di no, e Martino impudentemente di sì, smontato di cavallo l'Imperatore donò all'adulatore Martino il suo palafreno e a Bulgaro un bel nulla. Il perchè disse poi quest'ultimo le scherzose parole: Amisi equum, quia dixi aequum; quod non fuit aequum.

Frate Uguccione pensava: — Signore dell'universo mondo, veramente a me pare, che sia il solo Dio. Eppure anche Bulgaro, che non peccava d'adulazione, non dicea poco ammettendo che a Federigo appartengono tutt'i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazi, i porti, ecc. Quanta potenza! Pure se debbo dire quello che mi pare, non ci vuol molto a capire che io sono più contento di lui. Guarda come allunga il labbro inferiore, e poi lo ritorce indietro, mordendolo, e muta colore di quando in quando e freme che pare quasi impazzito.

L'Imperatore essendosi intanto fermato a guardare il conte di Biandrate, questi gli disse: — La mente di vostra maestà è ingombra di gravi pensieri. — Mio caro Conte, rispose Federigo; parvi poca noia la necessità d'affrontare il biasimo di molti per esser fermo nel rigore della giustizia. Sin dalla mia prima calata in Italia, io vidi che Milano non sarebbe doma, se non dal ferro e dal fuoco. Essa mi chiese pace; ed oh avessi io allora resistito alle preghiere dell'Imperatrice e vostre; quanto sangue e rovine di città si sarebbero risparmiate. Ma ora che la nuova ribellione ha messo il colmo alla sua perfidia, non sarò sì stolto e effeminato che dia luogo a improvvida pietà. Milano sarà distrutta.

Il Conte disse, ma con voce sì debole che non potè proseguire: — Parlavamo appunto dianzi di ciò l'Abbate di Staffarda ed io......

— E che dicevate? chiese il Monarca volgendosi a Guglielmo.

— Dicevamo, rispose questi, che allora quando la Maestà vostra concesse pace ai Milanesi, essi erano stati domi non tanto dalle armi, quanto dal fiero contagio che avea spopolato la loro città. Ritornata la salute ed essendo affluito in Milano un gran numero di partigiani dalla campagna e dalle altre vicine città, sentirono di nuovo la superbia della forza e tornarono credersi non vincibili. Questo delirio potè sorgere allora perchè una lunga pruova non aveali ammaestrati: ma ora siffatte illusioni svanirono. Nella miseria in cui Milano precipitò per le sconfitte ricevute, nulla ha più che possa sedurla. Resta dunque a decidere se quando tutto dimostra che una città non è più in grado d'insolentire, il vincitore debba esterminarla. Ed io dico aperto, e la Maestà vostra mi permetterà questa libera parola, qual si addice al mio carattere, che sì fiera vendetta non è scusabile in un monarca cristiano.

— Abate di Staffarda, questa franchezza che in altri forse non tollererei, negli uomini come voi mi piace. Ma voi errate a partito credendo che io voglia spenta Milano per cieco impeto di vendetta. Io son mosso da ragione di Stato e da debito di severa giustizia. A voi, come è facile in persone di Chiesa, la compassione fa velo alla mente. Ma la compassione agl'infelici non è sempre ragionevole nè virtuosa. O il parricida che va al patibolo, perchè è infelice, cessa d'essere un mostro? E il giudice sarà vendicativo e crudele, perchè non lo assolve?

— Cesare, l'intelletto umano è sì fecondo di giustificazione per qualsiasi opera, che se un corruccioso potesse distruggere l'universo, non gli fallirebbero motivi, in apparenza insufficienti a ciò compiere. Ma la fecondità dell'intelletto nell'adulare alle nostre passioni ci torrebbe sempre la via di conoscere quando siamo giusti od ingiusti, se ne' casi gravi non interrogassimo un oracolo più fido, più sicuro, quello che Dio pone nella coscienza di tutti. Chi dice di seguire la sua coscienza, ed opera il male, o non l'ha interrogata non l'interrogò sinceramente. Nè interroga sinceramente la propria coscienza chi non ode i franchi consigli che la religione gli dà per mezzo dei suoi ministri.

Niun altro che l'Abate di Staffarda avrebbe potuto far udire all'orgoglioso Barbarossa sì ardite parole. Ma Guglielmo era non meno modesto che venerabile, e sì nella presenza come nella voce aveva un mirabile potere d'avvincere, almeno per un istante, il cuore anche più ritroso ed indomito. Federigo volea sdegnarsi e non potea. Fissava nell'Abate le pupille attonite, e dimandava a sè stesso come avesse pazienza d'udire tal favella da un uomo. Egli non avea provato da gran tempo cosa simile. Sarebbevi mai in alcun mortale una virtù superiore alla parola, una virtù esercitantesi imperiosamente dall'anima loro sopra l'anima altrui, cosicchè mentre, se bene osservansi, i loro discorsi nulla abbiano di trionfante, nondimeno chi li ha pronunciati trionfa? Tali certo dovevano essere gli Apostoli. Il mondo conosceva oratori più eloquenti di loro, e tuttavia il mondo, benchè riluttante alla loro dottrina, l'abbracciava. Quando quella virtù, superiore alla parola, opera non solo sopra i rozzi, ma sopra coloro che lungo uso di ragionare e lunga superbia ha fatto astuti, è impossibile non riconoscervi un'efficacia maravigliosa, un dono segreto di quel Dio che si comunica ad alcuni eletti perchè adempiano il voler suo in guise straordinarie.