Siffatti pensieri volgeansi nella mente di Federigo mentre Guglielmo favellava, ed erano un'ispirazione celeste che lo stimolava a non resistere alla grazia. Ma niuna ispirazione costringe. Federigo sentì l'incanto amabile e gagliardo della santità apprendersi da lui come la presa della mano paterna sul figliuolo temerario in mezzo a' dirupi. Ma egli era a quel grado d'orgoglio, in cui l'uomo si vergogna di non essere costante nella malvagità, e senza avere consultato altro che inique passioni, dice d'aver consultato e ragione e coscienza, e si forma una grandezza infernale ed illusoria ch'egli scambia coll'eroismo. Allora non evvi alcuna verità che non si travolga, alcun principio evangelico che non si profani, torcendolo a conclusioni scellerate.

I franchi consigli della religione e dei suoi ministri! disse l'imperatore. Egregiamente! Appunto quelli mio caro abate, mi sforzerò di seguire. La religione comanda di recidere le membra infette, piuttosto che di lasciar perire l'intero corpo. Essa vieta di fomentare l'iniquità tollerandola, laddove m'è facile estirparla. Estirpare Milano m'è facile, lo vedrete, lo vedrete.

— Deh, ve ne scongiuro, dissegli Guglielmo, ritardate almeno l'esecuzione di questo tremendo disegno! Fate più lungo esame; spogliatevi prima d'odio, accostate l'anima vostra a quel Dio che sulla terra rappresentate. Ho fiducia che, se lo interrogate, egli non vi dirà d'estirpare Milano. Egli forse vi mostrerà, che una seconda clemenza, è per ottenere l'effetto non ottenuto dalla prima, e che da questa clemenza, e non da severi castighi, pende la pace delle generazioni avvenire.

— Abate di Staffarda, voi ed io consulteremo ancora il Signore, per non errare ne' nostri giudizii. Vedrete che egli dirà a me «Estirpa»; e a voi «Rassegnati!»

Lo salutò con un cenno di mano; salutò nello stesso modo il conte; e se ne andò. Guglielmo mosse un passo, quasi per seguirlo. Federigo gli disse imperiosamente: — Restate. — Passando nella sala sottoscrisse le lettere che gli presentarono Arnando e Rinaldo, e si ritirò fremendo nella sua stanza.

Il Conte di Biandrate, tutto commosso, disse a Guglielmo: — Uomo di Dio voi avete adempiuto un gran dovere! Possa il duro cuore di Federigo approfittarne!

Indi sentendosi alquanto sollevato, chiamò uno scudiere, e volle che i due monaci andassero a dormire.

Sit nomen Domini benedictum, disse frate Uguccione.

CAPO VI.
La Distruzione di Milano.

Sorgeva l'aurora del giorno 19 Marzo; e già arrivavano da Pavia i messi imperiali, latori ai consoli di questo fiero comando: