— «Noi Federigo, per la grazia di Dio, Re di Germania e Imperador de' Romani, intimiamo a tutti coloro che sono nella città di Milano, maschi e femmine, di uscire nel termine d'otto giorni, con ciò che possono portar seco.»
In pochi istanti l'orribile novella fu nota a tutti i cittadini, e l'aere echeggiò di lamenti e di maledizioni. Alcuni, svegliandosi non volevano credere ciò che udivano, e speravano di sognare; poi convinti della realtà, non poterono sostenere questo colpo e impazzirono; altri furono uccisi dall'eccesso del dolore; altri si svenarono per essere almeno seppelliti nelle rovine della loro patria.
Le porte della città vennero immediatamente aperte. Un banditore fu spedito dai consoli sovr'ogni piazza e per ogni via, perchè si sollecitassero i cittadini ad obbedire, e si raccomandasse loro il buon ordine, e la mutua carità in sì alta sventura. I consoli stessi, più memori del pubblico bisogno che delle domestiche loro angosce, si videro tutto il giorno in più luoghi della città arringare il popolo e pregare che niuno s'abbandonasse ad inutile disperazione, affinchè almeno i vincitori non disprezzassero i caduti.
Un numero grande di Sacerdoti si sparse per ogni dove, col Crocifisso in mano, a ricordare che era giunto il tempo d'imitar il divino maestro, immolato dalla ferocia delle passioni umane. Le esortazioni veniano spesso soffocate dal pianto de' medesimi esortatori, e non s'udiva allora che una voce: «Oh Milano! oh infelice Milano!»
Quindi ripigliavano quelli a predicare il Dio dei dolori e la brevità delle sciagura mortali, e l'alterno sparire di tutte le grandezze che per un tempo abbelliscono la terra. Simili verità non sono mai sentite così profondamente come nelle afflizioni generali. Ma il grido: «Oh Milano! infelice Milano!» torna a scoppiare; e quelli che alzavano il Crocifisso per invitare a rassegnazione, ripeteano di nuovo anch'essi il grido degli altri.
V'ebbe taluno, o perverso, o dissennato che assalì con vituperio e percosse i consoli ed i sacerdoti urlando non esservi Dio, non esservi giustizia, non esservi se non violenza e stoltezza e dolore. Tali bestemmie erano in sì turpe dissonanza col pensiero comune, che il popolo n'era empiuto di spavento, come se l'inferno per accrescere la desolazione della triste città vi vomitasse i suoi mostri. Allora presi da furioso zelo, gl'inorriditi si scagliarono sui bestemmiatori e li fecero a pezzi. Immense furono le ricchezze abbandonate. Gran numero di sventurati, sformandosi a portar fardelli superiori alle loro forze, stramazzavano pe' trivi e calpestati dalla folla perivano, o non trovavano più il fardello loro, o ne prendeano un altro o sdegnavano di più nulla prendere ed usciano privi di tutto; quali muti, quali urlanti, quali lagrimando in silenzio.
Il maggior numero di coloro che avevano pargoletti, od infermi parenti moveano dalle loro case tenendoli per mano, e portando addosso i bagagli: ma com'erano in mezzo alla moltitudine, o l'infermo o il fanciullo stentava a reggersi in piedi, quelli gettavano via la roba e si caricavano questi sulle spalle.
Tutti coloro che giugneano ad una porta della città voleano ancora toccarla, e sclamavano miseramente — «Addio! addio!» — e questo angoscioso saluto ripeteasi di continuo da tutti gli uscenti e prolungavasi per lungo tratto fuori delle mura. Vane erano le cure dei più generosi cittadini perchè quella moltitudine sgombrasse con ordine. Da mane a sera affollavasi la turba alle porte, e quanta più ne partiva, tanto più densa parea quella che rimanea. Dopo i tre o quattro primi giorni, la popolazione era tuttora sì numerosa, che nacque in molti il timore di non aver campo ad uscire entro il termine decretato. Allora, immaginando che coloro che rimarrebbero sarebbero passati a filo di spada dai saccheggianti od arsi colle loro case, l'ansia d'uscire divenne frenetica. La quantità de' soffocati e de' pesti nella turba fu spaventevole, ad onta che le mura fossero state rotte, onde aprire più largo varco a' fuggenti.
Negli ultimi due giorni restavano pochi nella città, la maggior parte infermi o storpi! senza aiuto. Decisi dapprima di non partire da' loro tetti e di lasciarsi trucidare, il terrore della morte aveali poscia scossi e consigliati di trascinarsi allo scampo.
I principali cittadini si ricoverarono a Piacenza, a Brescia e presso altre genti amiche. Non mancarono tuttavia molti che trassero a Lodi, a Pavia ed a Como, ove l'enormità della loro sventura li fece compiangere ed accogliere umanamente da coloro, che poco prima erano loro nemici accaniti. La plebe si sparse fuori della città a' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, e ne' vicini contorni.