Malgrado sì lunghi esperimenti della efferatezza del Barbarossa, le lusinghe della speranza viveano ancora nel cuore di tutte quelle migliaia d'addolorati. Non parea loro inverosimile che l'Imperatore pago del recato spavento desse finalmente adito alla clemenza, e, permutato il castigo in forti somme di denaro, li lasciasse ritornare alle case loro. Vana lusinga! All'alba del dì seguente Federigo, accompagnato da' cortigiani e dalle infinite sue schiere, mosse verso la città da lui maledetta. Egli v'entrò da porta Ticinese, ed uscì dall'opposta, abbandonando la ricca preda all'avidità dell'esercito. Chi può dipingere la gara di tanti rapaci? Palazzi, case, emporii, botteghe, tutto fu invaso, tutto fu spogliato. Neppure le chiese furono risparmiate: l'abbondanza de' sacri arredi che i profanatori si divisero non fu computabile. Un'antica opulenza, e la pietà di migliaia di uomini aveanli accumulati: e tutto fu in breve dissipato! Narrasi che trovati in tale giorno i corpi creduti de' tre Magi, Rinaldo Arcivescovo di Colonia li abbia fatti prendere, per quindi mandarli alla sua diocesi ove tuttora si venerano.

Durò più giorni il saccheggio, e ancora i palpitanti cittadini speravano di riavere almeno i loro nudi tetti. Ma il barbaro editto della totale distruzione di Milano uscì finalmente. I Cremonesi furono destinati ad atterrare il sestiere di porta Romana: i Lodigiani quello di porta Renza; i Pavesi quello di porta Ticinese; i Novaresi quello di porta Vercellina; i Comaschi quello di porta Comacina; e gli abitanti del Seprio e della Martesana quello di porta Nuova. Furono tutte mani italiane quelle che distrussero la regina delle province Lombarde, una delle più belle e più grandi città dell'Italia. E niuno si ritrasse dall'opera nefanda. Che anzi, essi, essi furono che dimandarono questo ministero per soddisfare alla loro scellerata vendetta. E non solo il dimandarono, ma lo comprarono offrendo migliaia di marchi d'argento!

Un'infinità di furibondi s'avventò con martelli e picconi al diroccamento; e per terminare più presto, venne appiccato il fuoco in molte parti della città. In pochi giorni la ruina fu compiuta.

Una sera l'innumerevole popolo, disperso qua e là pe' borghi e per la campagna tenea le ciglia lagrimose sovra alcuni avanzi di quelle care mura, di quelle superbe torri, di quelle venerande basiliche, ed ahi! rammaricavasi di non doverle più vedere il mattino seguente. Il sole tramontava sanguigno, velato dai globi di fumo che sorgeano dalle rovine. Il crepuscolo fu breve: un denso tenebrore circondò quelle indistinte moli; le fiamme stesse eransi abbassate e ardeano covanti pe' tetti.

«Oh Milano! oh dolce patria! gridarono i miseri con disperato lamento. Addio! addio! Non ti vedremo mai più! mai più!» E quel mai più! sonava così angoscioso e così pieno d'affetto, che a molti de' nemici, udendolo, sgorgarono le lagrime. E mentre echeggiava per l'aere quell'orrendo mai più, il campanile della metropolitana, ch'era il più alto edifizio della Lombardia e mirabile per la sua vaghezza, precipitò con grandissimo fracasso, e rovesciatosi sovra la chiesa, atterrò la massima parte di essa.

Dopo un lungo «Ah!» successe un silenzio che fece drizzare i capelli allo stesso Imperatore. Pareva il ritorno del nulla, dopo la distruzione del creato.

Il giorno appresso, Milano non era che un monte di pietre; e la rabbia degli esterminatori non era cessata. Quelle pietre si trasportarono con furore sinchè furono disperse, sinchè il suolo fu nudo, e la città parve non essere stata mai. Sole rimaneano qua e là, come stupite di se medesime alcune chiese depredate, quali affatto intere, quali soltanto danneggiate dall'incendio e da caduta di fabbriche vicine.

Quando furono sgombre le macerie della città, fu veduta più giorni una moltitudine di sfrenati banchettare e danzare cantando le glorie di Barbarossa e dei Lombardi suoi compagni di vittoria, e giurando per sè e pe' loro nipoti di mantenere osservato in eterno il cesareo decreto, che Milano non si rifabbricasse mai più.

Non cessavano le esecrande orgie neppure negli orrori della notte; e chi da lontano mirava l'agitarsi delle fiaccole, e ascoltava le abbominevoli cantilene credea di vedervi, mista a que' forsennati, una turba di spiriti maligni, che giganti or passeggiavano, or balzavano per aria, or fuggivano uno spirito più grande di loro, l'angiolo di Milano; il quale, prostrato a piangere sulle rovine, a quando a quando sorgeva, ed offuscava col fulgore delle pupille la luna e le stelle, e roteando una spada di fuoco sconfiggea i satelliti d'inferno.

Forse ad alterare le fantasie degl'infelici, e a far vedere apparizioni celesti contribuivano certe urla ferine, che prima non s'erano intese mai così moltiplici, così addolorate, così orrende. Erano le urla di numerosi branchi famelici, che percorrevano uniti la solitudine, e accresceano la propria rabbia urlando, e divoravano cadaveri insepolti, o sentendoli al fiato sotterra li disseppellivano per cibarsene, ed inseguivano spaventosamente i vivi; sicchè bisognò alfine dar loro la caccia, ed a poco a poco distruggerli come bestie feroci.