Fu chi lasciò scritto che Federigo fece sul suolo della sterminata città condurre l'aratro e seminar sale. Certo è che egli, dopo avere assaporata la crudele sua opera, assistendo a quella desolazione, ebbe l'impudenza d'insultare ancora a tanta miseria, presentandosi con gran pompa, nella domenica delle Palme, ai divini officii della Basilica di Sant'Ambrogio.
E niuno fu che gliene vietasse il passo, come già fece il magnanimo Santo in quella medesima città (e forse alla porta del medesimo tempio) all'Imperatore Teodosio che sordido di strage voleva appressarsi agli altari! Ma Uberto, successore del gran Vescovo, fuggiva l'ira di Federico in terre lontane, e tutto il clero fedele era dissipato. L'Agnello di propiziazione veniva offerto dalle mani scellerate d'un antipapa: la parola di Dio era pronunciata dal sanguinario Rinaldo Arcivescovo di Colonia, i circondanti prelati e sacerdoti erano scismatici e ribelli al legittimo Pontefice. La pia Beatrice si disse ammalata e non volle aver parte a tale profanazione.
Federigo avrebbe pur quivi celebrata la Pasqua, ma Beatrice negò d'intervenirvi, ed egli fermò di celebrarla in Pavia. Non potè ella negarvi la sua presenza, ma volle che la Messa fosse detta da Ottone zio dell'Imperatore, Vescovo di Frisinga; il che fu a disdoro dell'antipapa. Folta copia di Vescovi, d'abati, di marchesi, di conti e d'altri baroni vi concorse.
In questo solenne giorno, Federigo si mise in capo la corona che da due anni non portava, per giuramento fatto di solo ricingerla, domati i Milanesi. Alla Messa successe un convito dato a' più intimi: la riverenza del giorno pasquale non consentiva maggiore baldoria.
Più lauto festino fu imbandito il dì seguente. Vi s'assisero gli augusti sposi colla corona, i Vescovi settatori dello scisma di Vittore, i principi tutti ed i consoli della città colle varie insegne del loro grado. L'abate di Staffarda, benchè invitato non comparve.
Sedeanvi pure molte gentili donne de' più illustri casati, vestite di magnifiche vesti di damasco o di broccato, con corsetti di stoffa d'oro. Candidi finissimi veli pendeano dietro le spalle, fermati sulle chiome da fila d'oro, o da eleganti borchie ricche di gemme. Tutte aveano in orecchini, collane, smaniglie ed anella, tesori mirabili proporzionati allo splendore delle famiglie.
Al suono di guerresca musica portaronsi le prime vivande da un gruppo di cavalieri, rappresentanti colle loro diverse fogge di vestire e con ingegnosi ricchissimi emblemi i diversi feudi dell'Impero. Ciascuno porgendo il suo piatto diceva qualche motto cortese in omaggio all'augusta coppia. Successe a que' suoni un'armonia più soave, ed allora vennero portate le frutta da cento damigelle figuranti le varie città e i diversi contadi de' dominii patrimoniali di Federigo, vestite con gran ricchezza a foggia qual di matrona, qual di forese e tutte incoronate di fiori. Mescolavasi a quel coro una turba di vaghissimi fanciulli, i quali significavano gli angioli delle città e delle castella; e ciascuno sollevando sopra il capo in leggieri vasellami d'oro e d'argento ogni sorta di confetti andarono a deporli sui deschi. Sì le donzelle che i garzonetti dissero del pari il loro motto d'omaggio.
Al convito successero magnifiche danze che durarono l'intera notte. Beatrice era sparita. Simili feste, insultanti all'eccidio di sì nobile città e al dolore di tanti infelici, metteanle spavento.
CAPO VII.
La pia Imperatrice.
Entrando Beatrice ne' suoi appartementi, fu sorpresa di trovare nell'anticamera Guglielmo. Questi le s'inchinò e disse: — Il cuor mio presagiva che la maestà dell'Imperatrice sarebbesi presto ritratta da quelle gioie.