Accennò quindi loro Ernesta di Sassonia, e disse alle ospiti la virtù di questa principessa, alla cura della quale era lasciato il provvederle d'ogni occorrente.

— Or siete in casa vostra, ripigliò.

— Senza neppure conoscerci? sclamarono quelle commosse di gratitudine.

— V'ingannate; l'Abate di Staffarda mi parlò di voi; e chi merita la stima di tali uomini merita anche la mia.

Dopo ciò, interrogata Rafaella sopra le patite sventure, questa narrò con modestia e candore i felici giorni, che già passava al lato de' genitori, e toccò degli infelicissimi che seguirono. Soggiunse che, le vettovaglie essendo scarsissime nella moltitudine di popolo, in cui dopo la distruzione di Milano, si trovarono, alcuni Religiosi faticavano a radunare soccorsi ed ivi portarli, e fra questi religiosi erale apparso, con alta sua sorpresa, l'Abate di Staffarda, il quale carico d'una bisaccia, e accompagnato da un monaco più carico ancora, distribuiva pane ai famelici. Il monaco suo compagno mi confessò (proseguì Rafaella) che per fare in tutti questi giorni tali elemosine, si condannavano ambedue al più rigoroso digiuno.

— Ma si può dare un indiscreto ciarliere, come frate Uguccione? pensò, arrossendo, il santo vecchio.

Beatrice conobbe dal linguaggio di Rafaella che la sua educazione, ad onta dell'oscura nascita, era gentile; ma ciò che in lei più le piacque fu la tenerezza, colla quale parlava de' genitori e del fratello, e la gratitudine sua sì espressiva eppure sì dignitosa verso chi la beneficava. Il volto di lei spirava ad un tempo innocenza ed abitudine di pensieri elevati. Sparito era il vermiglio delle guance, ma il pallore che le copriva, mentre non ne scemava la bellezza, induceva anche a pietà ed a rispetto. Al primo istante l'Imperatrice erasi soltanto proposto di proteggerla, per farla ritornare con sicurezza nel seno della famiglia; ma ascoltandola e mirandola, sentia sorgere maggior desiderio di consolarla e di contribuire alla sua felicità. Ella riflettè con rincrescimento fra sè, che niuna delle dame che la servivano sembrava così capace di retribuire confidenza per confidenza, di vincolarsi con generosa e piena dedizione ad una vera amica. Ernesta era tra le migliori che la circondavano, ma la sua amicizia parea fredda all'anima ardente di Beatrice.

Venne a Beatrice il pensiero che la Provvidenza le avesse condotta Rafaella, perchè trovasse in lei ciò che non avea mai trovato in altra creatura: un cuore nè più debole, nè più forte del suo, un'immaginazione uguale, un simile bisogno di vita interna, di dolce mestizia e di religione; ma non nella solitudine assoluta e non nella compagnia di anime dissipate o avare d'affetto.

Due o tre volte respinse quel pensiero, dicendosi che Rafaella amava troppo i genitori, nè potea esser contenta lontana da loro; e fors'anco dicendosi che una Imperatrice può essere biasimata se non elegge le sue famigliari fra persone d'illustre nascimento. Oh quanti penosi doveri, quanta severità di decoro, quanta freddezza impone un diadema! Ciò ben sapea Beatrice: ma ne' colloqui ignorati com'era questo, godea di nascondere la maestà del grado e d'avvicinarsi agli inferiori. E quando negl'inferiori scopriva sotto l'amabile velo della loro umiltà, una grandezza di sentimenti che li facea degni di stima, oh con qual dolcezza, con qual sincera cordialità li onorava!

Alfine s'alzò, e presa per mano Rafaella: — Qui presso è la stanza tua, le disse. Io sono tua madre, seguimi.