Sorrise a Guglielmo. Questi s'inchinò, benedisse la soccorritrice e le soccorse, ed uscì asciugandosi gli occhi e dicendo al Signore: — Tu affliggi gli uomini per nobilitarli, e ti ricordi del loro dolore; e le consolazioni che appresti sono pur molte!
Per qualche tempo Rafaella stette ignorata a corte. Villigiso occupato da cure guerriere non ebbe contezza di lei. Il solo Manfredo informato da Guglielmo delle vicende di lei, venne a vederla e si congratulò assai che fosse uscita salva da tanti pericoli. A lui consegnò Rafaella una lettera pel padre, nella quale gli partecipava quanto era accaduto. Berardo, non molto dopo, rispose alla figlia col più tenero affetto, raccomandandole caldamente d'usare a favore del fratello prigioniero la buona sorte ch'ella aveva d'esser al fianco dell'Imperatrice. Ma non era d'uopo stimolarla a ciò. L'Imperatrice passava con lei ogni giorno alcune ore di confidenza, e sempre più le si affezionava; e Rafaella non desisteva dal supplicarla di parlare a pro d'Eriberto all'Imperatore.
Più volte Beatrice l'esaudì, ma indarno. Federigo stava più immoto che mai nel pensiero di usare rigore, dacchè il feroce esempio dato contro Milano sortiva i successi da lui più bramati. Brescia, Piacenza e ad una ad una tutte le altre repubbliche dianzi pertinaci nell'indipendenza, s'affrettavano ad umiliarsi e a comprare il perdono con somme esorbitanti di danaro, con ismantellare le mura, colmare le fosse, rendere le castella, ricevere i podestà e promettere di guerreggiare a servizio dell'Imperatore, non solo negli affari di Lombardia, ma fino a Roma e nel regno di Sicilia, s'egli lo imponesse. Turisendo da Verona fu l'unico che negasse di curvarsi dinanzi agli stendardi imperiali, e dalla rocca di Garda, ov'era chiuso, tentasse scuotere a nuova baldanza le cadute città.
Federigo insuperbito da tanti trionfi, credea facile a superarsi gli ostacoli che rimaneano al soggettamento dell'intera Italia. La sua folle ebbrezza ascese a tal segno ch'egli non dubitò di dare in feudo a' Genovesi la città di Siracusa ch'egli non avea, nè poscia ebbe mai, ed altri futuri possedimenti immaginarii[4].
Mosse egli alquanto dopo, con poche delle sue forze in Romagna, e l'animo cadde pure a Bologna, Imola, Faenza, che tosto furono imitate dalle città vicine. Un conquistatore abbastanza forte da compiere lo sterminio d'una città principale come Milano non ha più bisogno, per alcun tempo, se non del suo nome per soggiogare tutto ciò ch'egli minaccia. Se l'orgogliosa fiducia di Barbarossa fosse stata durevole, s'egli avesse osato di portare il suo intero esercito nel mezzodì della penisola, e fors'anche soltanto di percorrerla con poche falangi armate d'accesi tizzoni, è verosimile che niuna opposizione sarebbe stata gagliarda, e lo stesso Re di Sicilia avrebbe perduto il suo Stato.
Forse ciò che fe' titubare l'arrogante Federigo e salvò l'Italia da sì piena invasione fu una cosa che parea di piccolo momento; la ostinata difesa cioè d'un uomo solo in Lombardia, di quel Turisendo che, schernito come un pazzo dall'invitto domatore di provincie, pure segretamente era temuto. A cagione di esso convenne lasciare buona parte dell'esercito nell'Alta Italia, e Federigo s'innoltrò a mezzogiorno con tanta lentezza e diffidenza, che lo spavento comune ebbe tempo ed agio di cessare alquanto. L'audacia di Turisendo era sì straordinaria, che Federigo non potea riputarlo privo di grandi appoggi. E siccome questi non apparivano, egli li sognava in macchinazioni di principi del suo seguito, i quali se gli fingessero amici. Il conflitto avvenuto nel campo tra le diverse schiere imperiali nella resa di Milano avea a' suoi occhi una misteriosa significazione. Turisendo a parer suo era il ministro d'una forte volontà di molti, d'una congiura tanto più formidabile, quanto più sfuggente all'indagine. Fra i prigioni lasciati in Pavia perchè scoprissero le fila della sospettata trama, alcuni erano stati altre volte in intima relazione con Turisendo; e ciò rinforzava i sospetti. Nè quindi alcuna misericordia era possibile per Eriberto, o per qual si fosse di quegl'infelici, se non col farsi rivelatori d'importanti segreti.
Per colmo di sventura, l'Imperatore avendo conosciuto nel sire di Mozzatorre un'anima feroce quanto la sua, l'aveva da Bologna mandato a Pavia, perchè accelerasse l'inquisizione de' rei e le condanne.
Villigiso aveva una lettera di Federigo per l'Imperatrice, ma ella se la fece lasciare e non volle vederlo. Sapendo egli ch'ella non viveva tanto segregata, che non accogliesse molti altri cavalieri, l'esclusione avuta lo perturbò; ed esploratone il motivo, pervenne ad aver contezza, che Rafaella viveva ricoverata presso di lei.
Arse di rabbia ciò udendo, e cominciò a vendicarsi col vietare al custode delle carceri di più permetterle, come aveva fatto sino allora, di visitare alcune volte il fratello. Questa fiera proibizione accorò e spaventò Rafaella. Ben vide la misera ch'Eriberto ed Ottolino erano perduti se non riuscivasi a placare lo scellerato. L'abate di Staffarda assunse dapprima di parlargli: ma Villigiso fu sordo. Lo zelo della fedeltà e della giustizia sembrava animarlo tutto. Alla proposta di rendere miti i giudici Villigiso si sdegnò, e disse inutile l'intercedere, nè potervi esser clemenza per tali rei.
Riferita a Rafaella questa dura risposta, ella proruppe in lagrime e scongiurò l'Imperatrice di non tralasciare alcun mezzo per salvare Eriberto. L'Imperatrice stessa pensò allora di parlare al sire di Mozzatorre, e lo fece chiamare a sè.