Venendo colui al cospetto di Beatrice, grande vergogna l'assalì, nell'immaginare che avrebbe forse ivi trovata Rafaella. Nè mal s'apponea. L'Imperatrice aveala voluta tener presente al colloquio, parendole che al vederla si sarebbe dovuto destare nel malvagio una confusione salutare.
Egli piegò il ginocchio innanzi l'Imperatrice e gettò un fuggitivo sguardo sopra Rafaella, la quale fece molto sforzo a non lasciar trasparire l'avversione ch'egli le ispirava.
L'Imperatrice gli disse: — Sire di Mozzatorre, la Provvidenza trasse presso di me questa buona giovine, che voi conoscete. Ciò basta perchè intendiate ch'io non ignoro il danno che cercaste di recarle. Ma siccome un errore, per quanto sia grave non iscancella sempre in un valentuomo tutta la sua virtù, nutro desiderio ad anzi fiducia, che la virtù vostra sia tale da rendervi così sollecito della pace di questa giovine, quanto foste corrivo a turbargliela. La sua pace dipende ora dal destino di suo fratello. Sottraetelo dalla rovina; la vostra Imperatrice ve lo chiede.
Villigiso rispose: — La maestà vostra mi giudica benignamente, e non s'inganna. Forse le parrei anzi più giustificabile, s'ella sapesse, ch'io non avrei mai pensato a porre la figliuola di Berardo nel castello di Mozzatorre, qualora, all'occasione d'un incendio, ella non fosse stata rapita da masnadieri e portata a me da questi, per averne guiderdone.
— Voglio crederlo, disse l'Imperatrice.
E Villigiso rispose: — Ma non sì tosto fu nel mio castello, che io da Saluzzo, dove mi ritrovava, fui costretto a partire immantinente per l'esercito. Imposi allora a' servi, ch'io reputava fedeli, di renderla a' genitori; ma gli scellerati disobbedirono; nè di quanto avvenne dappoi io ho colpa veruna.
Dicendo queste parole, Villigiso guardò Rafaella, e impallidì sembrandogli di scorgere un amaro sorriso d'incredulità e di disprezzo. Nomato di nuovo Eriberto dall'Imperatrice, Villigiso si scusò di non poter far nulla per lui, allegando che l'ufficio datogli dall'Imperatore non lo costituiva giudice, ma invigilatore sopra l'equità de' giudici.
— Sarei un fellone, soggiunse, ove dessi opera a distorre i giudici dal pronunciare secondo la coscienza. Se Eriberto è innocente, i giudici nol condanneranno. Quanto a me, bramo, più di così non posso dire, bramo di salvarlo. — Egli pronunciò queste parole coll'apparente energia della sincerità, e sembrava significare: «Non posso dirvi d'esser pronto a salvarlo, s'anco egli sia reo, ma pur non dicendolo, il farò.»
L'Imperatrice prese un contegno meno freddo, e movendo un passo verso lui: — Cavaliere, gli disse, non vi chiediamo promessa maggiore di quella che fate, e l'espressione che ponete nel farla ci rassicura.
— Da voi pende il concedermi l'accesso al carcere d'Eriberto, soggiunse Rafaella. Deh, appagatemi in ciò!