Quando verrà la nemica podésta:

e dura tuttavia viva e verde questa voce ne’ nostri dialetti ne’ quali: essere o non essere in podésta di fare una cosa, vale: avere o non avere podestà di farla. Ora in ciò non è da credere un cieco arbitrio degli scrittori o de’ parlatori, ma è da vedere piuttosto in queste voci le due differenti uscite che nella formazione delle lingue volgari diversificano dal soggetto singolare i regimi. Dai nominativi infatti materni potestas e majestas, non avvertita la s finale dal romanzo Italico, rimanevano in esso le vedute podésta e maésta; ed avvertita la s dal romanzo Oytano, vi si trovavano poosteis e majesteis. All’incontro dagli obliqui materni potestatem, majestatem prendevano corso nel primo romanzo, spentasi la m, potestate, o podestade, e maestate o maestade, e, per iscorcio compensato dall’accento, podestà e maestà; e nel secondo romanzo uscivano prima poosteitz e majesteitz, e poi pooisté e majesté. Finalmente, riducendosi onninamente agli articoli, per distinzione di tutti i casi, tutte le lingue neolatine, e per ciò le forme contratte dei nominativi, che prima valevano a scompagnarli, divenendo un inutile ingombro, cominciarono esse ad essere abbandonate o si trovarono invece accomunate e confuse nel gran corpo della lingua senza indizio di loro ufficio, e non dando più alcuna ragione della differente lor desinenza; sino a tanto che poi, risalendo per entro la formazione dei linguaggi neolatini, non si fossero con pazienti ricerche trovate quelle filiazioni, a cui dirittamente ed istoricamente s’attengono le varie e distinte forme esteriori delle parole[9].

La voce latina dominus era dalla lingua d’oil variamente mutata in damres o dambres o dams, ed in doms. Da quest’ultimo correttamente pronunciato per dons nel soggetto (stante l’avvertita regola di pronuncia che lasciò a noi, agli Spagnuoli ed ai Provenzali lo scorciato Don[10]) usciva donzelz, mentre dai primi derivavasi damoiselz o damoisaus. Ed è qui opportuno di avvertire che gli allungamenti i quali andavano nella nuova lingua accadendo in fin delle voci, o si formavano, come per lo più, sul tema dei regimi, o si formavano come pure talvolta, sul tema del soggetto. Se nel primo caso, allora non si lasciava sentire la s caratteristica pel nominativo, se nel secondo, allora invece questa s medesima non solo si lasciava intendere distintamente, ma per ciò stesso doveva sprolungare maggiormente e modificare l’accrescimento della parola. Ed ecco, premessa questa notizia importantissima per la formazione de’ nostri diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e simili, che scegliendo ad esempio la voce damesels o damsels, noi dalla sua forma in cui appare internamente la s caratteristica, indovineremo anche prestamente essersi dessa svolta non dal regime dame o dam, ma dal soggetto dames o dams; e però quell’italico damigello, di cui difficilmente avremmo potuto rendere ragione genealogica abbastanza appurata, venirci ora chiarissimo per la toscana pronuncia, la quale muta la s interiore in g per acconcio migliore ad orecchie italiane. Similmente, secondo prima vedemmo, donzello viene dal nominativo dons, non dall’obliquo don; e così jovencels anticamente jovensels, viene dal soggetto jovens, e dal solito aumento minorativo els, e non mai dal regime joven, da cui esce per contrario jovenet; talchè il nostro giovincello, che ha rimutato la s in c per l’avvertita proprietà loquelare toscana di prediligere un più distinto scolpimento di profferenza, ci riescirà definibile assai chiaramente in tutti i suoi elementi di formazione insieme alle voci simili, che saprà, dietro questo poco d’invio, trovare da sè ogni intendente di nostra lingua.

Abbandonando dunque un tale argomento alle altrui più lunghe disquisizioni, dopo che avrò detto come, per confronto al nostro Catalina, si trovi scritto in francese antico tanto Catherine quanto Catheline, e come il dialetto Piccardo dica coi Toscani Rousignol quello che il Borgognone scrive Rossegnol e Russinol il Normanno, passeremo ad alcune più brevi avvertenze sopra i nomi di numero.

E cominceremo dal riferire che il dialetto Borgognone scrive ambedoi e andoi, ed il Normanno ambedui, amdui e andui, quella voce stessa che da noi si trova scritta ora ambeduoi, ora ambedui e ambedue, ed amendue ed ammendue, ed altrimenti ancora, a mostrarci appunto colla varietà della sua scrittura, la varietà delle forme dialettali alle quali appartiene. Ma sulla voce medesima non è da preterire che, tanto in lingua d’oil, quanto nella nostra, vuole essa, accompagnandosi con un sostantivo, l’articolo dopo e non mai prima di sè. Così nel solo Gerardo de Viane:

En l’ile furent ambedui li guerrier....

Lai se combatent ambedui li bairon....

De la ville issent amdui li chevalier....

di che volendo averne un’istorica ragione, e di tutte insieme le forme ed i valori di questo pronome numerale, ecco cosa mi pare si potesse dire.

In latino bis era duis, sicchè ambo od am-duo, valse piuttosto l’uno e l’altro, ossia tutti i due, o vogliam dire insieme i due che due solamente. Dal Greco ἁμφὶ erano un’antica preposizione ambe ed una loquelare am che valevano intorno, tutto in giro, e ciò che è tale, essendo ancora tale da ogni parte, ne conseguiva necessariamente che ed ambe ed am davano atto di compimento alle voci alle quali si anteponevano[11]. Prefissosi infatti questo am a plus, e declinatosi, se ne fece l’aggiuntivo amplo, che valse conseguentemente più d’ogni intorno, eccedente per ogni parte, ossia tutto più: aggiuntosi am od ambe a duo, se ne fece in lingua d’oil amdui ed ambedui, i quali dovettero significare insieme i due, tutti i due, levando per modo il numero due dalla sua sede nella serie numerica indefinita, dandogli invece in sè medesimo compimento, e coll’avvincerne le due unità di che si compone, od attribuirgli riferimento agli antecedenti, o costituirne una precedenza di unione pei susseguenti ch’esso reggerebbe.