E per tali minute avvertenze possiamo noi solamente risalire alla vera origine delle differenti uscite della parola medesima, e però vedervi nelle variate desinenze un ricordo tuttavia di quelle fogge latine, che rendevano, singolarmente nella terza declinazione imparissillaba, tanto diverso il caso retto dagli obliqui. Seguitando le quali ecco che noi riscontreremo nella lingua d’oil come, in ispezialtà pei nomi che nei regimi avevano or a desinenza caratteristica, il nominativo (non più solamente per dare indizio dell’antica contrazione, ma per opportuno scompagnamento) usciva invece in eres od ers, e perciò vi si diceva nel soggetto li emperers, o li empereres, e negli altri casi de l’empereor, a l’empereor ecc. Onde poi avremo ragione di quell’antica uscita di questa voce che noi troviamo ne’ vecchi testi di nostra lingua, cioè imperiero, la quale poteva ben prendersi dalle lingue di Francia o dalla comune di transizione, ma non doveva poi trasportarsi da forma puramente nominativa, a forma invece capace di tutti i casi.

E da una tale avvertenza vedremo ancora come prendano lume di origine tante nostre parole terminate in iero o iere, le quali partitesi da nominativi oytani, o stettero sempre contente a quella forma, oppure da quella medesima deducendosi, si debbono ancora con essa interpretare: talchè cavalliere è desinenza nominativa di quella lingua per differenza dai casi obliqui dimenticati che avrebbon fatto cavallatore; consigliere nominativo di quei regimi che avrebbon dato consigliatore, lusinghiere similmente di lusingatore; parliere di parlatore, e così va dicendo. Messere infatti non avrebbe potuto essere che nominativo o vocativo singolare, e negli altri casi sarebbe stato regolare il dire Monsignore o Messignore; così giocoliere e troviere mostravano le loro forme soggettive, e quelle invece dei regimi giocolatore e trovatore, senza ch’io stanchi l’avvisato lettore con esempi più numerosi: stando invece contento alla conchiusione inculcata che queste diverse uscite non formavano già due voci, ma sì non erano che la voce medesima a varie desinenze per iscompagnare appunto con esse il nominativo dai casi obliqui; servendo così a mostrare, dalla lingua latina scritta o dotta che indicava i casi cogli articoli suffissi, alla latina orale o rustica che si giovò dei medesimi antefissi, un trapasso ed una condizione quasi mezzana in tale differenza di terminazione in quel caso appunto a cui era meno consueto il pronome articolare dimostrativo, ed al quale poi non si conveniva l’aggiunta di alcuna preposizione che valesse a prefiggerne, o segnalarne la direzione.

Ancora la regola di dover sempre posporre al soggetto singolare una s faceva sì che quei nomi i quali sarebbero radicalmente finiti in m, per non ammettere il poco pronunciabile ms, mutavano la m nella n facendo ns. Però soggetto di fum era funs non fums; di flum, fluns non flums; di nom, nons; di raim, rains; di faim, fains; e per conseguente di hom od om, hons, od ons da cui può prendere maggior chiarezza l’on de’ Francesi odierni, a persuadere viemmeglio che il loro on dit, non sia che l’antico hons od ons dit, cioè, uomo dice.

È pure osservabile che certi sostantivi participiali, o vogliam dire certi participii divenuti sostantivi, mantenevano nel soggetto la forma originaria de’ participii latini: e perciò infante, che era enfant negli altri casi, era anzi enfes od anfes nel nominativo, ricordando l’infans della madre, e per simiglianza diamante, aimant, era aimas nel soggetto ritraendo dall’adamas donde si originava.

Nel Poemetto sopra Cristo Salvatore attribuito al Boccaccio, si legge:

Essendo in croce la eterna Maésta

Abbandonata da ogni persona,

Il Sole, chiuso in ambra dalla sesta

Ora, ecc.

Il Boccaccio poi certamente nel Decamerone, siccome avvertiva il Bembo nel III delle Prose, aveva scritto: Giudice della Podésta di Forlimpopoli, e Dante nel VI dell’Inferno al v. 96.