«Delli nomi verbali ci ha di tre maniere, in così come: Emperaires, chantaires, violaires; ed in così come: jauzires, e grazires; ed in così come: entendeires, valeires e devineires. Questi e tutti gli altri di tale maniera, che ce n’ha molti, e che l’uomo dice così nel nominativo e nel vocativo singolari, d’altro sembiante li dice nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo singolari, e nel nominativo e nel vocativo plurali, ciò è a sapere: Imperador, chantador, violador; e jauzidor, grazidor; e entendedor, validor, devinador: e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo plurali dice uomo: emperadors, jauzidors, entendedors ecc. così come li mascolini.»

«Il somigliante è degli aggiuntivi comuni comparativi, i quali variano nel nominativo e nel vocativo singolari dagli altri casi. Per ciò nel nominativo e nel vocativo singolari dice l’uomo, con qualunque sostantivo sia mascolino o femminino: maires, meures, mielhers, bellazers, gensers, sordiers, priers; ed in tutti gli altri casi dice l’uomo: maior, menar, melhor, bellazor, gensor, sordeior, prior brevi e lunghi in così come li sostantivi mascolini, de’ quali si è ragionato di sopra.»

Riducendoci ora finalmente da questo, siccome spero, non inutile trascorso sulle condizioni del nome in Lingua Limosina, alle consimili affatto ch’esso aveva in Lingua Oytana, potremo anche dire di questo modo.

Essere mestieri il qui replicare di nuovo l’osservazione fatta superiormente, ossia che per le lingue neolatine, la cosa da prima più importante nei nomi (sia per tradizione da più antichi linguaggi, sia perchè gli articoli prepositivi ancora incerti non bastavano alla piena chiarezza del discorso) doveva essere stata quella di ben distinguere dal soggetto i regimi, così in singolare come in plurale, e però di dare al medesimo tale desinenza, che, aiutando già l’articolo ed il senso a determinare il numero, per essa poi si potesse prontamente o dall’udire o dal vedere sceverare il detto nominativo dagli altri casi. Riferendomi perciò ai miei Studi sul Latino arcaico, dirò come io creda d’avere in essi bastevolmente dimostrato che le desinenze della prima declinazione parissillaba latina dipendono dalla suffissione al nome radicale, cioè al nome spoglio di flessioni, dell’antico pronome articolare pospositivo us od is, divenuto poscia per rovesciamento il casco prepositivo su o si. Intorno al quale se i Glossografi ne deducono la preesistenza dai conservatici sim per eum, e ses per eos, la Lingua Sarda poi s’incarica di ravvivarcelo col suo prediletto articolo prepositivo su, sa, che vi tien luogo costantemente del nostro dimostrativo ille, illa. Domin-us era dunque quanto su-domin (il domino o signore), e se aveva nel nominativo singolare per finale la s, l’aveva di conformità alle pari declinazioni Indiane, Greche e Gotiche. Al contrario il nominativo plurale Domin-i era quanto Domin-ii, ossia Ii domini (i domini od i Signori). Inoltre questa s non si mostrava nei regimi singolari domin-i, domin-o, domin-um, ed usciva invece nei regimi plurali domin-is, domin-os, ad eccezione del genitivo che terminava in orum per quella apparente anomalia che tuttavolta trova nelle Grammatiche comparate gli opportuni ed autorevoli antecedenti. Dunque anche dietro questo cotale materno inducimento poterono le lingue Romanze colla presenza od assenza della s fare avvertiti i loro soggetti o regimi così singolari come plurali; e, non ammettendo eccezioni per l’avvisato genitivo plurale, stabilire una regola, la quale se apparentemente non dava molta ragione di sè medesima, noi anzi al presente vediamo averla avuta ne’ più antichi primordii della lingua laziare, e forse di parecchie altre, che se piacerà a Dio, dichiareremo a suo luogo.

Ora questa avvisata regola non dovendo essere considerata da noi soltanto come regola ortografica, ma bensì come opportuna distinzione ortofonica, cioè non essendo stata solamente trovata per chiaramente scrivere, ma perchè parlando si distinguessero udibilmente i casi retti dagli obliqui, e però dovendo, non solo essere scritta, ma ancora pronunciata con distinzione la s desinente, ne conseguirono, specialmente ne’ nominativi singolari, anche per maggior distinzione dai casi obliqui del plurale, alquante speciali contrazioni od uscite, le quali fecero poi che una sola parola potesse sembrarne due, e poscia tale divenir realmente, o nella istessa lingua quando questa non conserverà più le primitive avvertenze, o nelle lingue affini che si porranno ad imitar quella prima senza troppo voler render ragione a sè medesime della isvariata mozione delle parole nella varietà de’ loro casi.

E queste sono veramente quelle istoriche antichità degl’idiomi neolatini, alle quali non curarono sin qui di accostarsi gl’Italiani Grammatici, e che io cerco ora di additare agli studiosi, perchè in esse si provino ad indagare le cagioni di tanti effetti nella lingua del , per ispiegare i quali furono soliti i nostri antecessori ricorrere ai voti nomi di proprietà, vezzo, frase e simiglianti, e non mai alla genesi intima dei linguaggi. Sia dunque che le poche cose ch’io verrò qui sopponendo levino in altri frutto di indagini accurate, di istorici confronti e di conseguenze dedotte da chiari e comprovati antecedenti linguistici.

Il volgare nostro messaggio, il quale tratto con desinenza romanza dal latino missus, sembra dover essere voce sola delle lingue neolatine francesi, non è così appunto, ma in vece si mostrò ne’ più antichi monumenti della lingua d’oil, meisages in nominativo singolare, e mesaigier ne’ casi rimanenti. Di qui dunque ne vennero presso noi con pari significazione le due voci messaggero e messaggio, delle quali veramente la seconda non è che la forma antica speciale del nominativo singolare, e la prima la forma più allungata de’ casi obliqui singolari, e del nominativo plurale della lingua Oytana, e forse della lingua antica comune di transizione. Parimente in essa loquela, nominativo singolare contratto era li glous, o li gloz, e voce intera di tutti gli altri casi glouton; donde possiamo intendere che a noi venivano privi di differenza, quanto a significazione, le due voci ghiotto e ghiottone, non valendo cioè dappoi più a distinguere il soggetto dai suoi regimi, senza che perciò si debba conchiudere che nol potessero fare dapprima anche nel volgar nostro, movendo tale distinzione dalla terza imparissillaba de’ latini, comune a tutte le lingue figlie, e la quale, se nel nominativo faceva gluto, in tutti gli altri casi si aumentava facendo glutonis, glutoni ecc. Per la qual cosa si dovrà ancora, al mio vedere, sbandire quind’innanzi dai nostri Dizionarii la differenza posta tra queste due voci, dicendovisi la seconda accrescitiva della prima, mentre invece significano puntualmente la cosa stessa, e la desinenza lungi dall’accrescervi, indica invece ai casi; siccome nel significato della voce sermo nulla s’accresce, qualora esca in sermonem, valendovi solo l’aumento ad indicare accusativo quello che prima era nominativo.

Così era pure di quasi tutte le voci che risolvendosi uscivano in on, le quali cioè, foggiandosi sull’avvertita terza declinazione imparissillaba, contraevano, appunto come vedemmo avvertito dal nostro Raimondo Vidale, il nominativo loro singolare. E però barone, meglio confrontando col latino vir, (poi viro-vironis, il forte) faceva nel soggetto li bers o li bars, non li baron, ma baron bensì in tutti gli altri casi: e garzone, se pure si mostrava garson o garçon in tutti i regimi, era guars o gars nel soggetto, e da questo soggetto appunto il Beato Jacopo da Todi traeva il suo garzolino per garzoncello. A somiglianza di ciò i nomi proprii degli uomini, i quali per la nordica loro origine erano per lo più corti ed aspri di consonanti, quando si volevano declinare in qualche modo alla Romana, si aumentavano in on, non già per vezzo nè per accrescimento, non per forma insomma di ipocorismo o di magnificazione, ma per solo e semplice indizio ch’essi non erano più nominativi singolari. Perciò, siccome vedemmo in Limosino, così in antico Francese, il nome Guè o Guenels, declinandosi faceva Guenelon, donde i nostri Gano e Ganellone applicati ad un sol uomo senza che si potesse render ragione di tale varietà d’uscita, ignorandosi dai nostri Grammatici la regolare distinzione casuale ammessa dalle lingue d’oc e d’oil, e però gli scrittori succeduti coll’usanza indifferente mostrando apertamente di disconoscerla. Così per modo simigliante Bueves soggetto diveniva Buevon regime; Naymes diveniva Naymon; Othes, Othon; Guis, Guion; Karles o Charles, Karlon o Charlon; Odes, Odon; Rauls, Rollon; Pieres, Pieron e Perron; Phelippes, Phelippon; Marsile, Marsilion; Laizre, Lazaron, dandoci ancora ragione grammaticale ed istorica, non solo della varia uscita de’ nomi medesimi, ma sibbene di quei molti re Carlone, re Marsilione, re Namone e simili, che durarono ne’ poeti nostri romanzieri del ciclo di Carlo Magno sino al Boiardo ed al Cieco di Ferrara, e che noi credevamo sinora avere scritto così o per istracurataggine o per induzione sgraziata della rima, e non mai pensando che essi traducevano letteralmente dai Romanzi Francesi anche quelle cotali apparentemente grandiose desinenze, senza però avvertirne le sottili grammaticali distinzioni, le quali avrebbero voluto ch’essi dicessero Carlo, Marsilio e Namo quando questi erano nominativi, Carlone, Marsilione e Namone soltanto qualora questi medesimi erano regimi. Così nei nostri Bosoni, Guittoni, Jacoponi non era in origine accrescimento o dispregio, ma solamente una forma di regime, e però si doveva dire: Messer Buoso da Gubbio scrisse alquante rime, Fra Guido o Guitto da Arezzo molte Epistole, ed il Beato Jacopo da Todi moltissimi cantici; e per contrario: Rime di Messer Bosone da Gubbio, Epistole di Frate Guittone da Arezzo, Cantici del Beato Jacopone da Todi.

E già da questa forma medesima noi avremo la chiave ad aprire con probabilità uno de’ piccoli segreti di nostra lingua, che altrimenti ci resterebbe forse chiuso per l’avvenire siccome è stato, a mia notizia, sino al presente; cioè per quale istorica cagione la maggior parte delle forme avverbiali amino questa desinenza in one, non tanto nella lingua scritta, quante più nei linguaggi viventi, cioè ne’ diversi dialetti della Penisola, dicendovisi avverbialmente in ginocchione piuttostochè in ginocchio, a tastone più volentieri che a tasto, e così: gatton gattone, grollon grollone, penzolone, ciondolone ed altri simiglianti a gran numero. E la ragione di tale desinenza è patente solo che da prima si consideri il modo col quale latinamente gli aggiuntivi si facevano avverbii, che era o ponendo in ablativo la voce da cui si formavano, gravando per lo più sulla sua vocale desinente, od allungandola di una sillabica, la quale serviva egualmente di più larga base ritmica all’arsi radicale, o passando la detta voce a caso obliquo sotto il regime di una qualsivoglia preposizione o sottintesa od espressa; e se da poi si considera che la nuova lingua, avendo adottato per segno de’ suoi regimi aumentabili questo accrescimento in one, doveva trovare in esso la via più naturale alla formazione degli avverbii, ogniqualvolta questi non dovessero presentare forme di soggetto. E però le due lingue di Francia, e la loro sorella neolatina, che poco dissimilmente si venìa formando in Italia, adottavano di comune accordo una tale maniera, di cui, perdendosene poscia le ragioni sufficenti, se ne alterava l’usanza, e se ne ismarriva l’origine e il procedimento.

Seguitando le nostre indagini avremo ragione della voce Sire pensando che in lingua d’oil Sires fu nominativo contratto della voce signor, e che però vi si diceva il sire, del signor, al signor ecc. talchè il dire del sire, al sire ecc. è confusione posteriore fatta dopo che si scordarono le vere cagioni delle varie desinenze, e si crearono due voci di quella che prima era una sola. Similmente sapremo perchè si trovi scritto sarto e sartore, solo che osserviamo come in lingua d’oc nel nominativo si dicesse sartre (sarto), e nei casi obliqui sartor (sartore), talchè la voce vi si declinava: il sarto, del sartore, al sartore ecc. Nè diversamente dal latino latro, latronis ne uscirono due parole secondo che si ricalcarono o sul soggetto o sui regimi, le quali poi furono, colla ferma adozione degli articoli prepositivi, confuse in seguito: infatti come li lerres per gli Oytani, ed el laire per gli Occitani erano soltanto nominativi, e larron o lairon erano unicamente regimi, così per noi ladro avrebbe dovuto essere pure soggetto, e ladrone avrebbe dovuto indistintamente servire per gli altri casi. Altrettanto dicasi di compagno che solo nei casi obliqui facea compagnone; e di sabbione, il quale non è un accrescitivo del femminino positivo sabbia, ma è sablon regime del soggetto maschile oytano li sables, od il sabbio.