Ecco pertanto come nell’italiano vennero ambedue ed amendue con pari significazione, e come ne’ due Romanzi l’articolo dovette sempre susseguirli, non precederli mai, a quello stesso modo che si dee dire tuttadue i cavalieri non i tuttadue cavalieri; ed ecco come in antico si disse ambedue, e per simigliante amendue ed ammendue, non ambidue; perchè cioè il nostro pronome numerale non si formava da ambo, ambae, ambo e da duo, il che avrebbe fatto una duplicazione, ma bensì dalle preposizioni ambe od am unite ad esso duo. Fu solamente da poi, quando ai volgari si volle por opera di osservazione, che certe flessioni figlie di voci già antiquate e ossolète si vennero a nuove guise modificando, e si credette che sul pronome ambo e non più sulla preposizione indeclinabile dimenticata si dovesse foggiare il pronome composto della lingua nuova, e si scrisse accordandosi per generi: ambidue i cavalieri, ambedue le dame. Que’ vecchi poi che si lasciarono scrivere amenduni parve che introducessero nella voce la epentesi facendo amenduni da amendui, se pur non mirarono a gittare il pronome entro le note forme donde erano usciti i taluni, i certuni, i qualcuni, e così di’, non pur troppo curandosi di contenere sempre una tal quale loro propria discorrevolezza di pronuncia entro i cancelli fissati dalla germana istoria delle parole.

Ancora la lingua d’oil non poteva restar contenta alla voce prims da primus per numero ordinale, giacchè avendola tratta a significare fino e sottile, ne nascevano per conseguenza non poche dubbiezze: ricorse essa perciò alla desinenza sua prediletta, e seppe trovare l’altra primiers o primers (forse soggetto di primarius, o primaio) alla quale, volendo fare indicati i generi, per un certo inducimento latino, aggiunse il notissimo finimento in anus, e ne ottenne primerain e primeraine, donde poi taluni fra’ nostri vecchi trassero le voci primerano e primerana. E parimente come da primarius aveva fatto primiers, da quartarius fece quartiers a valere la quarta parte, da cui si derivò in nostra lingua, non solo la frase blasonica scudo partito a quartieri per dire in quattro parti, e che fu, tra gli altri, comune all’Ariosto; ma si dedusse ancora la voce dell’uso quartiere per appartamento, a significare quella delle quattro parti, in che si solevano dividere per lo più le case de’ nobili, che era abitata dalla persona a cui o su cui si dirige l’intesa del ragionamento[12].

Da ultimo su questi nomi numerali qui mi gioverà ricordare che puntualmente come noi da primus e da ver femmo primavera ed i francesi da primus e da tempus, printemps; così questi stessi dissero primsoir perciò che noi pure diciamo prima sera nelle frasi: ci vedremo in od a prima sera ecc. e prinson perciò che, essendo ai Latini prima vigilia, è pure per noi primo sonno[13].

Passando ora ai pronomi personali di possesso, diremo (toccandone leggermente com’è nostr’uso alcune particolarità per notizia opportuna o convenienti confronti coll’italiano) come erano non solo nell’antico francese le sottili forme di regime mi, ti, si, li, somiglianti alle nostre, invece delle più vaste moi, toi, soi, lui che invalsero dappoi; ma come, singolarmente nel dialetto Borgognone era una distinzione, la quale merita d’essere pazientemente rilevata da chi fa soggetto de’ proprii studii tali minute osservazioni linguistiche, e da chi ha appreso dalle Grammatiche comparate che la desinenza casuale del possessivo o genitivo soleva essere in us o nel suo assottigliamento is, ed in i quella del dativo e del locativo. Vi si diceva cioè me il regime diretto ed il regime proprio de’ verbi, vi si diceva mi il regime indiretto e quello proprio delle preposizioni[14].

Vi si scriveva per ciò glorifie me; non mi, ossia glorifica me, non glorificami; fai me salf, fà me salvo, non fammi; c’un me mat davant, ch’uno me uccida prima, non mi uccida: al contrario si scriveva por mi, a mi, de mi, dedenz mi. E da ciò si dee trarre per conseguenza come nel ritoccare l’antica lezione de’ nostri stessi testi più antichi, ne’ quali può essere pure un ricordo di queste tali avvertenze (forse più comuni di quello si creda, perchè dipendenti dalla lingua di transizione, la quale s’atteneva più al romano parlato che allo scritto) si debba andar riguardoso per non affliggerli di forme posteriori, e per non lasciarvi smarrire quelle tenui memorie di artifizii opportunissimi ai tempi, e che giova sempre all’istoria della lingua il porre in nota. Per differenza dal Borgognone il dialetto Piccardo che non conosceva queste e radicali, mutava il me sempre in mi da principio, poscia nella forma che gli si fece prediletta moi; forma poi di regime che passò da ultimo a valergli ancora per soggetto, seguendo un andazzo popolare dopo che i temi della avvertita lingua di transizione jo, je, jeu, ju, jou, dovuti solo al latino scritto, scaddero dalla loro esclusiva e privilegiata significazione nominativa.

Quello che si è detto delle distinzioni tra me e mi, poi divenuto moi, si ripeta tra te e ti, poi divenuto toi, ossia che la prima guisa era quella dell’accusativo, e che per lo più s’accompagnava coi verbi che il richiedevano; l’altra era dei regimi indiretti, e che, salvo pochi casi eccezionali, venìa sempre accompagnandosi alle preposizioni.

In antico Francese vedemmo che li valeva lui, invalse che li divenisse regime indiretto dei verbi (aferesi del dativo latino illi) e lui regime delle preposizioni; e però Maria di Francia N. Fav. 36. scrisse:

Que de sa keuve li prestat

Se li pleust.

cioè — Che di sua coda gli prestasse se gli piacesse. — E Villarduino: E por reprover lou servise que il li avoient fait, ossia: che gli avevano fatto. E questo li fu puntualmente il nostro gli che ebbe gli stessi servigi; e se pure qualche maestro scrisse. Io dissi lui, Risposi lui, dando ai verbi quello che era delle preposizioni, mostrò ancora come l’usanza si rendea licenziosa, e come, piuttostochè dell’antico modo, egli si sovvenisse del più moderno uso delle lingue di Francia[15].