Nè mi sembrano da trascurarsi dall’istorico delle lingue queste tali distinzioni sebbene minute e fuggevoli, giacchè per esse si può render conto istorico di talune apparenti anomalie. E per esempio lor, lour, lur furono regimi dei verbi, mentre regimi delle proposizioni furono pel mascolino plurale ols od els, che poi si fece eus e finalmente eux; e pel femminino altresì plurale eles. Ora ecco come, ricalcando quest’uso, Dante potè dire: e suon di man con elle; giacchè se al seguito dei verbi si scriveva: Lors lor vint une novelle; lour aivons donneit; mes peres lour vendi; d’altra parte invece, al seguito delle preposizioni si scriveva: une d’eles, avec eles, ossia una d’elle, con elle, non una di loro, o con loro[16].
Inoltre non vorrò scordarmi di aggiungere come quello che si è detto di me, mi, poi moi; di te, ti, poi toi, si dee ripetere del pronome personale riflessivo, se, si, poi soi; ossia che la prima forma era dell’accusativo ed accompagnatoria dei verbi, e che la seconda era dei regimi indiretti ed accompagnatoria delle preposizioni, e come nell’antico francese, questi istessi pronomi facendovi l’ufficio da prima quasi esclusivo di possessivi, dovesse accadere che di me o a me valessero mio; di te o a te valessero tuo; di sè o a sè valessero suo: perchè poi in seguito, allorquando per rispondere ai latini meus, tuus, suus, o meglio per riprodurre le arcaiche desinenze genitive mis, tis, sis, si vollero allungate le prime forme; da mi uscì mis; da ti, tis; e da si, sis; e però, a dire mio signore, o signore di me, si scrisse con Maria di Francia Mis Sire, e poscia messire, da cui venne quel nostro messere, che ora forse solamente ci rende una ragione men dubbia della sua s duplicata.
Volendo ancora dire per ultimo alcune altre poche cose de’ rimanenti pronomi, seguiremo aggiungendo come, sempre dal bisogno di distinguere il nominativo dagli altri casi (e ciò tanto più ne’ pronomi dimostrativi che non potevano ammettere l’articolo) venne nel nostro volgare la convenienza dello scrivere questi nel soggetto, e di lasciar questo per gli altri casi, e così nel nominativo singolare quelli, e quello nei regimi, facendo per tal modo simili fra loro i nominativi dei due numeri singolare e plurale. Infatti parimente i Francesi dicevano nel nominativo singolare cil, e ne’ regimi pur singolari cel; cil di nuovo nel nominativo plurale, e cels ne’ regimi plurali. Ma, la regola della s caratteristica prevalendo, anche cil nominativo singolare assunse una s e divenne cils, e noi pure, invece di quelli, potemmo, con ischiacciamento della doppia l, scrivere quegli, nè diversamente dicevano cist tanto nel nominativo singolare quanto nel plurale, e cest ne’ regimi singolari, e ces o cez ne’ regimi plurali.
Sui quali pronomi insistendo, mi pare possibile che essi cil e cist non siano dimostrativi semplici e radicali, siccome opinano i Grammatici Francesi da me veduti, ma sieno invece composti, se pure si vorrà aver ragione di quel c che vi si trova prefisso all’ille ed all’iste latini. E veramente, solo che un poco si torni addietro per la popolare latinità, e che non si voglia ricorrere al rovesciamento della sillabica finale ce[17], si incontreranno ne’ comici quelli eccilla, ecciste (da ecce illa, ecce iste per dimostrare presenzialmente la persona indicata) dai quali ci parrà facilmente che una spontanea aferesi, voluta dalla velocità del dialogo, avrà fatto uscire cilla e ciste per quella appunto e questi appunto. Di qui dunque vennero le vedute forme Borgognone cil e cist; di qui le Piccarde chil e chist; di qui il chilla e chisto dei così detti regnicoli; di qui finalmente il quella e questi più schiacciato della maggior parte d’Italia: mentre per avventura il nostro neutro ciò, che in Normandia e Borgogna era ceo o co, e chou o cho in Piccardia, avrà preso origine per rovesciamento dal latino ho-c od ho-cce.
È pure osservabile come i Borgognoni e i Piccardi amavano di sostituire alla acuta desinenza Normanna in i la più chiusa e vasta ui: pertanto essendosi introdotto l’uso di scrivere e di pronunciare celi (puntualmente il nostro quelli) in luogo di cil; e cesti (il nostro questi) in luogo di cist, questi cotali popoli, per induzione dell’etnica loro pronuncia, dissero e scrissero invece cestui e celui venendo così, non solo a confrontare coi nostri costui e colui, ma insieme a svegliare il sovvenimento sia delle chiuse profferenze istus ed illus, dai regimi delle quali potevano muovere queste forme anche latinamente, sia della insigne varietà di genti che qui presero antichissima stanza e poterono quindi anche fra noi provocare i medesimi fonetici risultamenti.
Così nei pronomi relativi può essere soggetto di brevi parole che in lingua d’oil ki o qui, conservando il valore del qui latino, fu sempre significativo il solo soggetto maschile; e ke o que, recente dal quae materno, valse unicamente il soggetto femminile, e che soltanto dopo il milledugento cominciò quella mescolanza la quale attribuendo tutto a tutto indistintamente, lasciò poi a noi Italiani il che a far tanti servigi, quanto lunga opera sarebbe il solo ricordarli distintamente. Ma inoltre in esso Franzese è notevole che regime diretto di questo pronome era cui o cuy (quem, quam, quod), e regime indiretto comune era dont, a valere cioè di cui (cujus), a cui (cui), da cui (a quo, qua, quo), così singolarmente come pluralmente, e così per l’un genere come per l’altro; dal qual modo prendendo lume di fratellanza i vecchi usi simili del nostro don o donde, mi pare ancora che si possa fissare il paradigma di questo pronome presso noi in antico come segue:
| Singolare e Plurale. | |
| Soggetto | chi e che |
| Regime indiretto | donde, o di cui o che, a cui o che, da cui o che |
| Regime diretto | cui o che |
E non è anche da preterire come questo donde, prediligendo forse per la preposizione anteposta, il caso genitivo, venisse spesso a farsi, nelle lingue neolatine, istrumentale, o ciò che altrimenti direbbesi causativo: di che poi ne uscirono tanti usi tenuti per eleganti presso noi, ai quali non è più chiaro il valore pronominale di questo avverbio, ma che erano però naturalissimi in quel tempo in cui si trovavano volgari tutte le sue nozioni, e nei quali può essere tradotto in di che o di cui più comunemente.
Era pure nell’antico francese una voce, la quale prima fu alkes od alques, e valse (secondo opina M.r Fallot, che io seguito più da presso) qualche cosa, poi significò qualche poco di cosa, alcun che, da ultimo variamente od un poco, od assai. Per origine una tal voce fu un pronome indeterminato, dappoi si impiegò avverbialmente applicandola per lo più all’aggiuntivo, al modo che diciamo: assai largo, molto bene, ben vasto. Sembrò dunque al ripetuto ch. Fallot che questo alkes si derivasse da aliquid; e però se, applicato a quantità od a misura di cose, valse quanto si è detto, applicato a tempo significò qualche tempo antecedente o susseguente secondo poi portava il discorso. Per quella quasi generale modificazione che nella Lingua Oytana subirono le sillabe desinenti in l, le voci alkes od alques divennero in seguito aukes od auques, e poi, secondo i dialetti, aques, acque, aike, aikes, aiques, auques, aulques ecc. Vediamone alcuni esempii: — ju ki ne sai aissi cum niant, et ki aikes cuyde savoir. — (Serm. di S. Bernardo), cioè: — io che ne so così come niente, e che qualche cosa penso sapere. — Non sarà però, a quanto io stimo, che il lettore non desideri nella mia traduzione un non so che di più preciso, dovendogli sembrare che l’aikes sia meglio indeterminato ed assoluto che non sia il qualche cosa, il quale viene forse a minorar troppo la presumente ed oltraggiosa baldanza del nostro amor proprio. Potrà egli dunque in suo capo prestamente supplire colla voce anche, e tradurre; e che anche penso sapere. Così nella nuova Race, di Fabl. et Cont. l. 37, si legge:
A tant une plainne a veue,