Ja no murira hom

Chi ames Nostre Don.

cioè — E s’egli (Adamo) non ne la credesse, e del frutto non mangiasse, già non morrebbe uomo che amasse Nostro Signore. — Da questo Don vocalizzato avemmo Donno, per riscontro a Donna quando, vale Domina, non fœmina. Così nell’antico poema su Boezio:

Dona fo Boecis; corpo og bo e pro,

— Signore, cioè Patrizio, fu Boezio, corpo ebbe buono e prò — Da questo donz uscì poi col solito aumento quel dongione che, applicato a torre, valse torre maestra, o dominicale, nella quale cioè si teneva il Donno od il Castellano.

[11]. In Occitanico am tutto solo fece l’officio di ambo: perciò, tug silh d’ams los regnatz, significò tutti quelli d’ambi i regni.

[12]. Perchè ciò sia chiaro a ciascuno, bisognerà ch’esso rimonti col pensiero a que’ tempi poveri, ne’ quali l’uso non ancora rinovatosi dei cortili o cavedii lasciava i manieri dei liberi privi di vuoti nel mezzo e senza palchi sovrapposti. Una lunga e spaziosa camminata li attraversava, e quattro porte aperte in essa a riscontro, due per ogni lato, menavano appunto alle quattro parti in che si divideva tutta l’abitazione; rassomigliando così senza molta differenza alla maggior parte dei presenti nostri Casini di campagna. V. il Dialogo del Tasso intitolato: Il Padre di famiglia.

[13]. Il discorso delle voci numerali mi fa sovvenire, e porre qui per fuor d’opera, come Virgilio scrivesse nel X dell’Eneide quam quisque secat spem, per sequat; dalla quale antica scrittura del verbo vennero poi sectores e secta per sequitores et sequuta; che però, stante lo scambio avvertito, il sequior latino sarà lo stesso di quel sector comparativo di cui non si conosce il positivo, il quale forse potrebbe essere stato non dissimile dal sezzo de’ Toscani per ultimo, cioè per cosa al seguito e non mai principale.

[14]. L’antico Romano aveva avuto mu o mi per ego: ora avvertendo, come fu già indicato superiormente, che la desinenza casuale del possessivo o genitivo era in us od is (ejus, hujus, illius, istius, ipsius, cujus) ne consegue che il pronome primitivo di persona prima poteva lasciarsi intendere così: N. mu o mi: G. mius o mis: D. mii (mihi): A. me. Siccome poi i pronomi possessivi di forma aggiuntiva sogliono derivarsi appunto dal caso possessivo del relativo pronome personale primitivo, così è che dal genitivo mius o mis, usciva mius o meus, mea, meum, che tanto vale quanto di me od a me. Dicasi il simigliante di Tu o Ti, che avrà fatto: N. Tu o Ti: G. Tuus o Tius o Tis: D. Tii (Tibi): A. Te, e di Su o Si che si sarà svolto in N. Su o Si: G. Suus o Sius o Sis: Dat. Sii (Sibi): A. Se. Dai casi genitivi de’ quali avevamo poi Tius, o Tuus, tua, tuum (di Te o a Te) e Sius o Suus, sua, suum, (di sè o a sè). Una prova poi che i possessivi personali escono dai genitivi dei loro pronomi primitivi, l’abbiamo dal rustico cuius, cuia, cuium, conservatoci da Virgilio nelle Ecloghe, e che esce evidentemente dal genitivo cujus, di qui, quae, quod.

[15]. Quest’uso trova però le sue ragioni nelle voci lui o lei, che regolarmente avrebbero dovuto designare soltanto i regimi indiretti di egli e di ella, sebbene poi in fatto, massime ne’ dialetti nostri, servissero e servano per tutti i casi, movendo allora per aferesi non dalla forma comune eille od ille ma dalla composta eillus (od eille-is) eilla (eille-ea) eillud (od eille-id). Lui e lei si trovano anche in altri romanzi dopo i verbi come forme speciali del caso attributivo, e quindi non bisognose di segnacaso, giacchè il dativo comune a tutti i generi illi od illii sembra che nel volgare, per distinzione e per ricordo del genitivo illius si pronunciasse più chiusamente illui nel maschile, rimanendo illei, (da ille-ei) pel femminile. Leggiamo infatti in lingua d’oc: (Adelaide di Porcairague.)