È notevole nel cappone il fenomeno che talvolta usa dei mezzi d'espressione delle chioccie assumendo anche l'incarico della incubazione delle uova. Per ciò conseguire si consiglia d'ubbriacare il paziente dopo avergli tirate le piume del ventre e quindi mettergli sotto le uova. Quel povero martire, che già fu trattato con pochi riguardi, lo si umilia di bel nuovo facendogli disimpegnare le funzioni del sesso al quale egli non appartiene. Poverino! egli è così buono che dopo la sbornia si sveglia col falso concetto d'essere una gallina e come tale accoglie volentieri le uova che gli furono messe sotto durante il sonno dell'ubbriacone. Infelice creatura; l'uomo ti coglie a tradimento ubbriacandoti, e ti toglie con ciò finanche l'ultima illusione del tuo sesso.
Nella nota V della sua traduzione «La espressione dei sentimenti nell'uomo e negli animali» il Canestrini parla dei capponi-chioccie: riportiamo per intero il brano che sommamente ci interessa:
«Riferirò ancora il fatto strano che i capponi, dopo l'inchiocciamento, prendono le pose e compiono gli uffici delle chioccie.
Ecco quanto scrive su questo argomento mio fratello Riccardo nel Bollettino del Naturalista (anno X, n. 6, giugno 1890): «Sono in campagna in provincia di Padova e abito una casa vicina ad un allevatore di polli, il quale in questo momento possiede qualche centinaio di pulcini di diverse grandezze, che divise in squadre vanno pascolando pei campi. Fino dal primo giorno del mio arrivo rimasi non poco meravigliato nel vedere queste diverse squadre di pulcini diretti dalle solite chioccie, ma bensì da robusti capponi. Questi poveri evirati, cui non appartiene per nulla la brigata che conducono, imitano le femmine nel chiocciare in modo veramente ammirabile, sono vigili ed amorevoli, pronti ad assalire ed a difendere. Essi conservano molta costanza nell'adempimento della loro missione; cioè portano una serie di pulcini ad un grado di sviluppo voluto, si adattano di accettarne subito una seconda, poi una terza, e così di seguito, ciò che non fanno le chioccie. Si aggiunge a ciò che il cappone, per la sua statura e per la sua forza, s'impone ai nemici assai più d'una gallina, e che può dominare un numero di pulcini maggiore di questa. Come si ottengono questi capponi-chioccie? Ecco come procede il pollicultore di qui: mette un pizzico di tabacco da naso nella bocca dell'animale e poscia lo prende per le zampe e lo fa girare a braccio disteso obbligandolo a descrivere degli ampli circoli: ciò fatto lo unisce ai pulcini che deve allevare. Appena rinvenuto dell'ubbriachezza e dello sbalordimento, il cappone assume senz'altro la missione della chioccia. Invece del tabacco, secondo l'asserzione del conte dott. A. P. Ninni di Venezia, si può impiegare l'acquavite». Il fatto è abbastanza notorio nel Veneto; ma io non saprei spiegarlo, nè dire quale parte vi abbiano le pratiche succitate».
Non parliamo poi dell'amor materno delle galline: il cuore s'intenerisce nel vedere le premure affettuose della chioccia verso i suoi pulcini. Un quadro più simpatico, più palpitante di teneri affetti, la natura non seppe idearlo. Quella madre ideale timida per natura, ora non teme più pericoli, e se qualche presunto pericolo si annunzia essa dà subito il suo grido d'allarme, ed i pulcini intimiditi corrono a nascondersi sotto le sue ali a chiedere protezione. Guai se un gatto, un cane, ecc. osa troppo accostarsi: la furente madre gli si avventa contro senza nulla paventare e costringe il nemico alla fuga.
Però, come nella specie umana s'incontrano talvolta le cattive madri, così è facile d'imbattersi in galline che sono anche indegne di portare il santo nome di madre. Queste galline perverse abbondano particolarmente nelle razze sedentarie, e numerosi fatti sono a confermare queste nostre asserzioni: in tal caso l'unica punizione è la pena di morte. Possedemmo una gallina Langshan che cresceva i suoi pulcini con affetto particolare sino a circa il decimo giorno; da quell'epoca in poi quella perversa ne ammazzava giornalmente uno o due. L'anno dopo si ritentò la prova di farle allevare un'altra nidiata; quella tenera madre ripetette nuovamente l'atroce divertimento. Una gallina della razza Mora a seta, ebbe l'incarico di schiudere delle uova della sua specie assieme a certe altre di anatre; la schiusa fu favorevole, ma gli anatrotti vennero trucidati crudelmente dalla chioccia. Una gallina Langshan ebbe il coraggio di lasciare in asso una intera nidiata che era venuta alla luce da due o tre dì, per abbandonarsi agli amori d'un gallo che la corteggiava; quella megera non volle più saperne della propria prole. Così continuando potremmo citare altri numerosi fatti, ma abborriamo dal parlar male delle nostre galline, e perciò cerchiamo d'interessare chi ci legge con fatti che documentano la bontà dei nostri bipedi pennuti.
Il dolore che prova la chioccia nella perdita della sua prole è immenso. Vi possiamo raccontare d'una chioccia alla quale venne prematuramente tolta la sua nidiata; la poverina si lasciò morir di fame pel dolore, mentre un'altra chioccia, piuttosto che rinunziare ai suoi piccini, preferì ritornare a covare altre uova. Durante l'allevamento la chioccia ha fatto voto di castità: essa rifiuta assolutamente le carezze del gallo per non scandalizzare la sua figliuolanza, ma è tempo perduto: già a due mesi cominciano a farsi sentire gli istinti amorosi nei galletti che.... orribile a dirsi, fanno l'occhio di triglia alle proprie sorelle. L'affettuosa madre finge di non vedere, ma finalmente si distriga di tanto putridume ed infligge alla sua prole il castigo dell'abbandono: per consolarsi poi, essa ritorna ai suoi amori.
Non è privo d'interesse l'accordo che regna sovrano fra le singole nidiate; i pulcini si vogliono un bene matto fra di loro e si trastullano assieme. Ma col primo risveglio degli istinti amorosi i galletti cominciano già a manifestare la loro indole bellicosa e volentieri tirano di scherma per prepararsi alle future battaglie; le pollastre invece studiano i modi civettuoli per attirarsi la simpatia dei maschi, future speranze dei loro sogni d'amore. Epperò si osserva spesso una marcata antipatia fra pulcini, in particolar modo se di diverse razze: antipatia che talvolta è causa di tristi conseguenze. Or sono 5 o 6 anni allevammo, assieme a certi allievi cocincinesi, degli splendidi olandesi neri a ciuffo bianco; dopo del tempo fummo obbligati a separare le due razze, imperocchè i cocincinesi avevano una smania indescrivibile di beccare continuamente il cranio di quei piccoli generali in grande uniforme. Questi poveri bersagliati cominciavano addirittura a perdere il penacchio, e col cranio pelato sembravano generali in piccola tenuta. Bisogna ammettere in questo fatto una marcata antipatia per quel ciuffo enorme da parte degli allievi cocincinesi.
Difficilmente il gallo amoreggia con altre specie e, se un sì mostruoso fatto avviene, non è mai coronato da successo. Così osserviamo una predilezione speciale d'un gallo verso una tacchina che volentieri accettava le carezze di quello scostumato; le uova però riuscivano sempre infeconde. La gallina in verità è meno pudica del gallo e più facilmente si dà agli amori illeciti se si tiene lontana da esso. Interessante è in tal caso il suo accoppiamento col fagiano, poichè è facile ottenere degli allievi. Questi ibridi sono, a quel che ne dice qualche scrittore che di essi se n'è occupato, molto indicati per essere arrostiti; il gusto delle loro carni deve essere eccellentissimo. Leggemmo un lungo articolo d'una gazzetta avicola tedesca nel quale si metteva in evidenza che la razza d'Amburgo altro non sia se non il prodotto d'incrocio fra fagiano e gallina. Il chiaro autore avrà forse anche ragione, ma vi sono molti ma per poter credere a simili asserzioni.
Fra i pennuti del cortile, il colombo, non è meno degno di menzione del pollo per ciò che concerne la espressione dei suoi sentimenti d'amore, anzi le sue vicende amorose son circondate da un'aureola di poesia accompagnata da atti molto espressivi. Il colombo è monogamo, si sposa alla sua compagna per la vita e rare volte vien meno alla fedeltà coniugale: così un amatore di colombi ci narrò d'aver posseduto un colombo che menava vita comune con delle colombe e che non veniva mai meno agli obblighi d'incubazione rimpiazzando alternativamente il posto delle compagne che abbandonavano provvisoriamente le uova per prender cibo e per riposarsi. È noto a chiunque s'è occupato di colombi che in quella bisogna il maschio coadiuva la femmina — questa cova le uova dalle 4 pom. sino alle 10 ore ant. del seguente giorno beninteso approssimativamente. Nel caso ora sovracitato il maschio andava a dare il cambio prima ad una delle due compagne, la favorita, e poi all'altra, l'ultima ruota del carro: succedeva spesso che quest'ultima stanca dall'aspettare, abbandonava il nido e di tal modo le covate andavano sempre a male: il maschio però non lasciava mai di covarle un paio d'ore al giorno. Il chiaro prof. Bonizzi invece così racconta un caso di bigamia: «Per mia scienza conosco un caso nel quale appunto un colombo era bigamo, ma per tutta la buona stagione allevò sempre benissimo le due covate: notai che le due femmine erano d'indole assai pacifica non dominate dalla gelosia e quindi vi erano le condizioni favorevoli per non avere mai litigi, che avrebbero potuto impedire il buon andamento della covatura».