Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe;
tres dixere Chaos: numero Deus impare gaudet.
HEXASTICHON
Quae nat aquis coeloque interdum attollitur ales,
vel nat amore aquilae vel volat icta metu.
Nam quae solis adit, veluti Iovis ales, acumen?
est Fulicae ut Minti ludat in amne sui.
At, si illa huc humile ad stagnum descenderit ales,
quae nat aquis, aquilis digna erit esca suis.
TRIPERUNO.
Voi, ch'ad un'alta e faticosa impresa
vedete or me salir audacemente
per via mai forse da null'altro intesa,
piacciavi d'ascoltare queste lente
mie corde in voce lagrimosa e mesta,[19]
ch'altro non s'ha d'un'anima dolente.
E, bench'i' veda alzandovi la testa
mia virtú debil al salir tant'alto,[20]
di che sovente per viltá s'arresta;
pur spiego l'ale, e quanto so m'exalto
lá 've m'accenna il lume d'ogni lume,
per cui non temo alcun spennato salto.
Ché, mentre su con le 'ncerate piume[21]
tolgomi de le nubi sopra 'l velo,
d'un Dedalo megliore sotto 'l nume,
vedrò ch'immobil stassi e volge 'l cielo,[22]
sostien la terra, e l'universo a 'n cenno,
volendo, pò cangiar o 'n foco o 'n gelo.
Or dunque, di piú sana audacia e senno
ch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua via
ambo gli piedi, ambo le braccia impenno.
E cantovi di questa nostra ria[23]
prigion che «vita» nominar non oso,
le frode di essa, il volgo, la pazzia;
e di quel Re, che 'n un presepio ascoso
vidi fra le duo bestie a gran bisogna,
ver' se stesso crudel, ver' noi pietoso,[24]
che svelse il mundo tutto di menzogna
con sua dottrina colma di quel foco,
ch'arde sí dolce in alma che non sogna.
Io dico te, Iesú, lo qual invoco
mio Febo, mio Elicona, mio Parnasso,
ov'ogni bel pensier al fin collòco.
So ben che di te dir via piú t'abbasso,
che tacendo non alzo; e pur m'offersi,
ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo.
Ché, come vedi, son questi miei versi[25]
d'amor almanco e caritade in cima,
se non toscani, ben sonori e tersi.
TRIPERUNO.
Di quella spera piú capace ed ima[26]
del ciel, ove l'Artefice soperno
fabbrica ognor quanto mai finse prima,
io novamente usciva, fatto eterno
candido spirto leggiadretto e bianco,
che bianca piú non vien neve d'inverno;
quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fianco
vibrommi tal, che giú ne venni a piombo
in loco basso e d'ogni posa manco.
E come vago e timido colombo[27]
vola quando si parte da la torma,
del ciel tonante al subito ribombo;
tal io vi errava tanto che, d'un'orma
uscendo in l'altra, mi trovai sul porto,
dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma.
Guardomi intorno paventoso e smorto,[28]
ché teso in ogni parte vedo un rete,
onde ch'entrarvi debbia mi sconforto.
Quivi spicciando fora d'un parete
largo cosí, ch'ampio paese cinge,
chiara fontana porsemi gran sete.
La qual fra sassi mormorando astringe
al dolce ber qualunque vi s'applica;
ma tosto se ne pente chi lei tinge,
perch'ella il senso e lo 'ntelletto intrica.
Però non men a un vischio tal m'accolsi,[29]
tratto dal bere e da l'usanza antica.
Quivi cum brame tanto me ne tolsi,
che tutto 'l bene che capisce in noi
non pur lasciai, ma nel contrario avvolsi.
Acque maligne, acque di tòsco, voi
piú del mèle soavi, piú che manna,
scoprite il fele al nostro error dopoi:
ché chi vi gusta pur, non che tracanna,[30]
presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia:
dura cagion, che a questo ci condanna!
Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia,
né qual era pur dianzi non ricorda,
né su quel punto sa che far si debbia.
Io dunque, alma di bere troppo ingorda,
le parti mie d'alti pensieri dotte
perdei qual cieca forsennata e sorda.
Perché non so: sássel colui, che notte
far giorno e giorno notte pote solo,
e dá sovente a noi d'amare bòtte.
Per fallo d'uno preme tutto 'l stolo,[31]
e vedesi alcun padre umil e domo
irsene giú per colpa del figliuolo.
Or chi l'intenderebbe, che d'un pomo
succeda tanto incomodo, ch'ognora
sostegna il ceppo uman l'error d'un uomo?
Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancora
foggia non è la qual digesto l'abbia,
né mai (tant'esser deve crudo!) fôra,
se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32]
col raggio di pietá nol dissacerba
e tempra di giustizia in sé la rabbia;
né stomaco di struzio né onto né erba,
mentre da noi per quest'ombre si viva,
è per smaltir un'esca tanto acerba.
I' non fu' mai di tal cibo conviva,
e pur padirlo, anzi patirlo, deggio,
per cui vien ciascun'alma del ciel priva.
La qual ir non dovria di mal in peggio,[33]
se, al priego d'una femina, colui
morse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio.
A che unqua nascer noi, se per altrui
fallir par ch'anco l'ira non s'estingua
divina in noi, per loghi alpestri e bui?
Ahi miser! taci e morditi la lingua,
ché maladetto fie chi in ciò s'adira:
giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua;
anzi ama l'opre sue, contempla e mira,
e studia l'uomo a sé fatto simile
scampare dal suo stesso foco ed ira.
Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34]
via troppo da l'uman pensier rimoto,
ché alto pensier non cape in senso vile.
Dunque dirò che quanto chiaro e noto
m'era dinanzi al ber de l'acque sparve,
onde fui d'ombra pieno e di sol vòto.
Eccomi sogni intorno, fauni e larve,
che mi facean per quella notte scorta,
né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve.
Pur mi raffronto a quella orribil porta[35]
fiso mirando, e qui fermai lo piede
com'uom ch'entrarvi drento si sconforta,
e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.
GENIO.
«Alma, che per altrui difetto al varco
dubbioso arrivi e Dio ti vi destina,
or quivi entrando inchina
l'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carco
gira di stelle e mostrasi luntano!
Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36]
qual eri avanti 'l poculo di Lete!
Ma se tornarvi brami, quelle membra,
ove tu déi corcarti a man a mano,
fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquete
l'uman desio che le conduce al rete
sí di legger, ove ne resti presa.
Ma strenua contesa
non sa fatica, finalmente, o carco».