TRIPERUNO.

Queste parole, in man d'un vecchio bianco,
vedendo appese di quell'uscio in fronte,
io tremai forte e tremone pur anco.
Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte:
ché allor, mentre per me giá si delibra
non ir piú innanzi e volgomi dal ponte,
donna m'appar accanto, che mi vibra[37]
un pugno al fianco e drieto mi flagella,
ch'avea ne l'altra man un'aurea libra.
Ritornomi a la porta, dove quella
mi piega col temone di sue pugna,
drieto chiamando sempre: — Alma rubella,
alma proterva, fa' che non ti giugna
scamparti da colui che qui ti move
ad una faticosa e strana pugna,
ch'avrai con esso teco e non altrove,[38]
e per vincer leoni, tigri ed orsi,
vincendo te, minori son le prove! —
I' non mil fei ridir, ma via trascorsi,
qual timido cavallo che s'arresta
ne l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi;
poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa,
ma chi gli sede addosso presto il torna,
stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta;
ond'egli per le bòtte si ritorna
in quella parte onde lo smosse l'ombra,
di passo no, ma corre e non soggiorna.
Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39]
notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato,
in luogo cui la terra intorno adombra.
Ed io ne stetti non d'abisso al lato,
ma in centro d'ombre grosse denso e folto,
qual talpa preso in gli occhi e smemorato.
Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40]
io, pronto spirto ne la carne inferma,
stetti non pur prigione, ma sepolto,
fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.

MELPOMENE.

Mentre piangendo l'alte strida ed urli,
sorelle mie, sí duramente innalzo
(da me sol viene il tragico costume),[41]
lasciáti i crin al vento, ché ridurli
qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo
guidar per vaghi fiori e verdi piume
de' prati lungo al fiume,
anzi, sdegnando quella piaggia e questo
poggetto ameno, statine qui meco
in solitaro speco,
fin che mie rime udite sian di mesto
e lagrimoso canto, il qual risulte
da quei sassosi monti e valli inculte.
Depon, Urania mia, la tua siringa,[42]
che settiforme ha in sé del ciel il tipo;
e tu, Clio, la lira, ove 'l mantòo
al greco vate fai ch'egual attinga;
e mentre i lauri e l'edere dissípo,
spargi quei fior del corno, che l'eròo
giá svelse ad Acheloo,
Erato mia: né tu, Polinnia, il plettro,
né, Calliope, l'arpa, né la cetra,
Talia (s'unqua s'impetra[43]
grazia da voi!), pulsate, ch'ora il settro
tengo fra noi, cessando ancor le stanze
di Euterpe, e di Tersicore le danze.
Ahi! di qual gioia e quanto bella effige
traboccar vidi l'uomo in tanto scorno!
Miráti 'l ciel come, di grado in grado,
sol per causarli util piacer, s'afflige[44]
volgersi tra duo moti adversi intorno!
Miráti 'l Gange, l'Istro, Nilo e Pado,
ogni altro fiume e vado
tornarsi d'onda in onda al vecchio padre!
Pioven le nubi e la porosa terra
dal centro si disserra,
sorbendo il dato umor, onde giá madre
fassi di questo fior e di quel pomo,
per aggradir ed aggrandir un uomo:
l'uomo che, ingrato a Dio non ch'a Natura,[45]
per antiporre un fral desire al dolce
suo fermo stato, giustamente abietto
fu d'alta gloria in infima iattura,
la cui durabil colpa in ciel si folce,
che mai non parte dal divin aspetto.
Però sta fermo e stretto
destin, a penitenzia d'un tal fallo,
che l'uomo in grembo a morte quivi nasca:
cosí dal cielo casca[46]
l'alma di novo fatta in scuro vallo,
dove se stessa oblia cieca ed inferma,
giá devoluta in sterco, fango e sperma.
Indi Natura, per supplicio degno,
men se gli mostra madre che noverca;
la qual ogni animal provvede contra
l'onte del tempo, dandogli sostegno.
Nasce pur l'uomo ignudo, il quale cerca[47]
schermirsi d'un agnello, volpe o lontra,
dal gelo in cui se 'ncontra,
ché di scampo megliore non ha copia.
Ma di squame coperti, penne e lane
per fiumi, selve e tane
van pesci, augelli e fiere. In somma inopia
sol nasce l'uomo, cui cadé per sorte
pianger nascendo e, nato, gir a morte.
Non cosí tosto un augelletto spunta
de l'uovo fora, quando a tempo nasce:
ecco s'addriccia e, con soppresso grido,
del becco l'esca piglia in su la punta,
e senza documento di chi 'l pasce
su l'orlo estremo tirasi del nido,
donde giú funde al lido
ciò che smaltisce per servarsi netto.
Non cosí l'uomo, no, ché d'ora in ora[48]
convien di fascie fora
cavarlo, in cui legato stassi stretto,
e trarlo di sozzura e puzzo lordo,
al misero suo stato e cieco e sordo.
Or dite, prego, quand'egli mai s'erge[49]
co' l'aspetto nel ciel onde si parte,
che pria carpone de le braccia gambe
non faccia, mentre in foggia d'angue perge?
Ché se al contrasto di natura l'arte,
l'industria in suo ripar non fusser ambe,
mentr'egli sugge e lambe
lo sin materno, peggio de le belve
ne rimarrebbe, tanto l'odia e sdegna
e fassigli matregna
colei ch'abbella monti, valli e selve,
e d'un sí gentil figlio non tien cura[50]
pel torto del primier; dico Natura!
Solo la donna artifice e la industre
parton de le sue membre l'officina;
ma quant'è 'l pianto e quante le percosse
anzi ch'ancora il misero s'industre
saper su piedi starsi! onde ruina
sovente sí, che molte fiate mosse
di luogo porta l'osse,
restandone d'un mostro piú deforme.
Cosa non giá, che ne li armenti caschi:
cercate e' verdi paschi,
le nubi, i fiumi, quante sian le forme
che, nate appena, chi 'l nòto, chi 'l volo,
chi prende il corso; e l'uomo casca solo!
Deh! perché nasce lo 'nfelice dunque[51]
di tanti strali ad esser un versaglio?
Ogni tempesta in lui s'aggira e scarca,
ogni virgulto se gli attacca, ovunque
move di questa selva nel travaglio.
S'avvien ch'egli pur goda, ecco la Parca[52]
rumpelo al mezzo, e varca
la vita, al sol qual nebbia o fumo al vento:
stato penoso e miserabil tanto!
Ch'altro che affanni e pianto,
travagli, sdegni, lagrime, scontento
attende uomo che nasce? e se lo move
fortuna a qualche onor, morte vi 'l smove.
Queste parole in capo
voglio sculpite sian d'ogni tiranno,
lo qual non esser Dio, ma fumo e nebbia[53]
s'intenda, e che non debbia
farsi adorar al mondo, perché vanno
e vengon tutti eguali di fral seme,
ma tal le piume, tal le paglie preme.

TRIPERUNO.

Dapoi li giorni e mesi, che 'n tal centro
sí lordo il mio destin crescer mi fece,
donna m'apparse a quel girone dentro,[54]
ch'indi sciolto mi trasse d'orbo in vece,
poi molto altiera disse: — Or tienti in mente,
mortal, che piú tornar qui non ti lece! —
E ciò parlando, l'empia ed inclemente,[55]
nudo fanciul ne la stagion piú acerba
lasciommi solo e sparve incontanente.
Sparve costei d'aspetto alta e soperba,
ed ove allor passava, in ogni canto
seccar facea con fior e frondi l'erba,
fin che di neve col gelato manto
mi ricoperse intorno e monti e selve;
di che tremavo con dirotto pianto.
Miravami da lato e fiere e belve
con ogni augello d'alcun pel guarnito,
qual sia che 'n grotte alberghi o qual s'inselve;
ma sol io nudo sopra il nudo lito
stavami d'Aquilone sotto 'l fiato,
né fui per tanto da pietade udito.
Il qual piangendo mover quel spietato[56]
avrei potuto, ch'ogni fanciullino
uccise per mal zelo del suo stato.
Chi vide mai d'inverno un cagnolino
tremar su l'uscio chiuso di chi 'l tiene
usato starsi di madonna in sino;
cosí veder potea me con le rene
in terra nude, vòlto in quella parte
del ciel ove 'l suo moto si conviene,
ed ove 'l Serpe tortuoso parte[57]
l'orribil Orse, dove nasce il spirto
del fier Boote che non mai si parte
(qual fiume e lago, ch'aspro duro ed irto
non ferma il corso) di Callisto in braccio.
Ma non vidi poi sí d'un lauro e mirto,
anzi con altri assai di quell'impaccio
lor vidi sciolti, e con bella verdura
starsen di neve in mezzo e presso al ghiaccio,
mercé le calde gonne, che Natura[58]
lor diede per servarli eterna vita:
a lor sí mite, a noi maligna e dura!
Ma una dongella, non so d'onde uscita,
presta ne gli atti e d'abito succinta,
m'accolse in grembo, di servir spedita:
poi lunga fascia intorno m'ebbe cinta,
portatomi giá dentro una spelonca
ben chiusa intorno e di fuligin tinta.
Ver è che, d'uomo come statoa tronca
di braccia e gambe, in que' legami resto,
e cosí giacqui stretto in picciol conca.
Onde col capo sol (ch'un'oncia il resto
mover non poscio) vòlto a lei parlava,
con quell'istesso di fanciullo gesto
qual fece altrui con Dio, quando d'ignava[59]
lingua mostrossi e proferir non valse,
dovendo predicar a gente prava.
— Chi fu la donna — dissi — cui sí calse
gittarmi in terra nudo al vento e pioggia,
onde 'l mio corpo di gran gelo n'alse? —
Ella sorrise, lagrimando, in foggia
di chi nel petto amaro e dolce copre;
poi disse: — Eternamente non s'alloggia
in questa terra, né si cela e scopre
il sol eternamente: sol un franco
e fermo stato è molto al ciel dissopre.
Di lá cadesti e sei per montarvi anco,
se 'n questa umana vita di due strade[60]
dritto sentiero pigli e lasci 'l manco.
Però ch'al fin de la piú molle etade
ti trovarai sul passo di Eleuteria,
che per doi rami è guida a dua contrade.
Quinci ratto si viene a la miseria,
quindi al pregio acquistato per lung'uso,
che s'ha quanto di aver si dá materia.
Ovver fia dunque tempo che 'n ciel suso
ritornarai vittor di questa giostra
o cascarai, di quel che sei, piú giuso.
La donna, che sí cruda ti si mostra,
fidel ancilla de l'Eterno Padre,
non odiar, perch'è la madre nostra,
nostra non pur, ma d'ogni pianta madre,
Almafisa chiamata, che riceve
sua fama in variar cose leggiadre.[61]
E s'or il mondo t'ha cangiato in neve,
non d'aspettar t'incresca, perché i lidi
rinnovellar de' fiori ancor ti deve.
Né sia perch'animale alcun invídi
uomo per piume o squame o pel che s'abbia,
né perché sappian tesser antri o nidi;
e tu sol, nudo, isposto a l'empia rabbia
di Borea, veda ogni vil canna e legno
armato contra 'l freddo ed atra scabbia.
Questo forse ti pare d'odio segno;
pur sta' sicuro e fa' che ti conforte,
ch'odio non è, ma sol un breve sdegno.[62]
S'odio tal fusse, ti darebbe morte,
né avrebbeti produtto Dio giammai
né fatto del suo regno al fin consorte.
— O me felice — dissi allor — non mai
esser nasciuto e, senza altra vittoria
di carne, gioir sempre in gli alti rai!
— Ne' rai — quella rispose — de la gloria,
de cui ragioni, per gioir non eri,
se pria non dato avessi qui memoria.
Alma non fu né fôra mai che speri,
innanzi d'esta vita i vari affanni,
viver del ciel in que' lunghi piaceri.
Guarda, figliuol, che forse tu te 'nganni,
s'esser for che 'n idea ti pensi eterno,
nanti la forma de' corporei panni.
Li quali ebber principio dal soperno
Padre, con l'alma scesa in questi guai,
ove, de la vertú se col governo[63]
di questo vento l'onde sosterrai,
che non ti caccia quinci e quindi a voglia,
oh lode, oh fama, oh pregio che n'avrai!
Però d'esser nasciuto non ti doglia,
né di Almafisa il sdegno oltra ti prema,
ché 'n ciel déi riportar felice spoglia,
e salirai sopra la cinta estrema,
che le soggette del suo moto avvisa
e molto di lor proprio moto scema.
Anchinia industre sono, sempre fisa[64]
supplir ai mancamenti con bell'arte,
se mancamento è in quella d'Almafisa.
Né son, quand'ella cessi, per mancarte[65]
di pronti avvisi e di sagaci modi,
scoprendoti mie prove in ogni parte.
Fra tanto cosí stretto in questi nodi
voglio tenerti, fin che a tempo ritto
ti sosterrai su piedi fermi e sodi.
Ma viene ecco mia sore, che 'n Egitto[66]
uscita, da' caldei l'uman dottrina
portò de le scienze a tuo profitto;
ed anco è audace sí, ch'assai vicina[67]
sovente a Dio poggiando si ritrova
e vede lui d'una persona e trina.
Costei l'altezza di natura prova,[68]
distingue, insegna in argomenti fermi,[69]
ma sopra lei sol contemplar le giova,[70]
ché sa quanto sian debil ed inermi
gli sensi umani e la divina altura,
non che i ragionamenti ottusi e 'nfermi.
Costei la terra, il mar, il ciel misura,[71]
nómera le cagion di piogge e venti[72]
con l'osservar di stelle ogni mistura.[73]
Costei qua giú gli armonici concenti[74]
seppe cavar su dal soave moto,
per levamento de l'afflitte genti.
Costei, de' spirti con vigor, l'ignoto[75]
cognito fa, li quali sotto l'etra
pendon ne l'aere piú dal ciel rimoto.
Costei sa le virtú d'ogni erba e pietra,[76]
orando persuade il giusto e il torto,[77]
e canta e' gesti altrui ne l'aurea cetra.[78]
Senza costei non è stabil conforto[79]
di questo mare al travagliato corso:
da lei tu sempre avrai securo porto.
Ed io con lei ti mostrarò quell'Orso[80]
con l'Orsatino suo, che sian tuo guida
per ogni spiaggia e periglioso dorso.
Non sará vento mai che ti divida,
stanne sicuro, dal governo loro,
che la sua luce altéra nol conquida.
Quel di Vinegia sommo concistoro
muove sotto costei lo gran stendardo
e pose in man de l'Orso il leon d'oro:
Orso non men di senso che di guardo,[81]
pronto a le imprese, liberal e schietto,
veloce al perdonar, a l'onte tardo. —

Parlava la dongiella e gran diletto
favoleggiar di quello si prendea,
quando l'altra, giungendo a lei rimpetto,
con voce e viso altier cosí dicea:

TECNILLA.

Su, presto, Anchinia, su, che tardiam noi?[82]
Esca d'impaccio omai, né piú si lasce
tanto bel spirto avvolto in quelle fasce,
ché aver eterni in ciel dé' i giorni soi!

ANCHINIA.