Ma, forse accorta del pensier mio folle
in far tal preda, la pudica donna,
levatolo di paglie, sí sel tolle
in grembo e 'l ricoperse ne la gonna;
ché esser d'uomo veduta giá non volle
mentre li porge il latte. Poi l'assonna,[145]
ed assonnato il bascia, e tornal anco
sul strame, a lato un vecchio grave e bianco.
Ma non sí tosto giú posato l'ave,
ch'un giovenetto a lato, in veste bruna,
qui sotto entrando porta un grosso trave
di ponderosa croce, ed altri d'una
colonna carco; e dopo loro grave
e longa tratta d'angioli s'aduna
intorno del presepio, lagrimosa,
ciascun in man avendo una sol cosa:
questo di spine una corona, quello
sopra la canna una spongia bibace;
chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello,
chi l'asta, chi la fune, chi la face.
La donna, quando i vide, in atto bello
presto si leva e vereconda tace.
Quelli non men di lei onor le fanno,
poi taciti al fanciullo intorno stanno
(dorm'egli) in atto di basciarlo mille
e mille volte, né esserne satollo:[146]
par che nettar, ambrosia e manna stille
da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo!
Eran le cose in modo allor tranquille,
ch'al mondo non sentivi un picciol crollo,
come se con la notte l'universo
stesse nel sonno, co' l'infante, merso.
Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino
subitamente non so chi disturba.
Egli alza il guardo e vedesi vicino
cinger intorno la celeste turba,
ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino,
con quelle orribil armi; onde si turba
nel volto il bel sembiante e di spavento
piange, tremando come fronda al vento.
Sí come al vento foglia, trema e piange,
né 'l viso piega mai da quella croce;
e mentre qui si dole, cruccia ed ange,
quattro angioletti in lagrimosa voce
incomenciar un inno detto il Pange;[147]
il qual pensando, ancor m'incende e cuoce
de l'amoroso foco, il cui soggetto
spezza di fiera non che d'uom un petto.
Non fu giá pietra in quelle mura (pensi
un cor gentil ch'esser dovea la madre!)
che non s'intenerisse ai forti intensi
gemiti del fanciullo, a le leggiadre
rime di que' cantori. Ond'io con densi
sospiri m'avvicino al bianco padre,
col qual piangendo mi proposi allotta
non mai distormi piú di quella grotta.
Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo
partir de le sue cose in mia salute!
grotta felice in cui di carne il velo
intorno vidi aver l'alta virtute!
grotta salúbre, ove servato il stelo
di pudicizia nacque, tra le acute[148]
mondane spine, il fior tant'anni occulto,
di terra uscito senza umano culto!
Poscia che i quattro spirti bianchi fine
poser al Pange lingua gloriosi,
quel da la croce, c'ha l'aurato crine,
d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi,
l'ale tessute d'oro e perle fine,
dritto si leva in piedi con ritrosi
guardi ver' me, stendendo la man destra,
e la croce sostien con la sinestra.
GENIO