Tanto durai nel corso a quella traccia,
ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne,
la via par che 'n duo branchi vi si faccia,
qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne;
di che dubbio pensier l'andar m'impaccia,
fin ch'una turba di polite donne[169]
mi fûr in cerco, e losingando parte
di loro a manca man mi tranne ad arte.

Quivi d'accorte e ladre parolette
foggia non è che non mi circonvenga;
ma l'altra parte di luntano stette
pensando in quale guisa mi sovvenga.
Io, che fra tanto sono entro le strette
d'abbracciamenti e garrula losenga,
irmene al manco viaggio mi delibro;[170]
ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro.

Un cribro in mano la dongella tiene,
d'acqua ripieno, e goccia non si versa,
che di la turma luntanata viene,
gridando forte: — Non far, alma persa,
non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene,
ché non sai quella via quant'è perversa.
Ma qui piuttosto volge a la man destra,
che da l'errante volgo altrui sequestra. —

A la cui voce giá lo entrato piede[171]
ritrassi al modo di chi un serpe calca.
— Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede,
— risposi a lei — dove 'l mio ben cavalca?
Perché fra voi questo altercar procede?
perché tanto di tempo mi diffalca?
Quella sen fugge e tuttavia non cessa,
onde non spero mai piú veder essa.

— Lascila gir — diss'ella, — ché la truce[172]
e pestilente donna, tuo malgrado,
de l'improba Fortuna ti conduce
al seggio incerto ed a l'instabil guado.
Ma se tu segui me, ti sarò duce
nel destro calle, ove di grado in grado
montando, e non col volo di fortuna,
vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna.

Or viemmi dopo, ché su l'alte cime
di sapienza trovarai l'ascesa.
Fuggi costoro, perché al fin de l'ime
valli d'errore mostran la discesa. —
Allor io per costei lascio le prime
e seco me ne vo; ma gran contesa
ecco nascer fra l'una e l'altra turba,
che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba.

E prima di parole tanta rabbia
si sullevò tra quelle donne e queste,
che non bastò menar con scura labbia
la lingua e denti, ma l'ornate teste[173]
vengon a scapigliarsi, e su la sabbia
giá molte veggio, per l'orrende peste
de' calci e pugna, traboccar avvolte.
Ma presto vien chi via l'ebbe distolte.

Ché a l'apparir di donna antica e grave[174]
tosto la pugna fu da lor divisa:
chi si racconcia il sino e chi le flave
chiome si annoda e chi di dar sta in guisa.
Ma la matrona con parlar soave
voltossi a me dicendo: — Qui s'avvisa
per me qual porta entrar deve chi brama
o quinci o quindi racquistarsi fama.

Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia,
i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175]
ti mostro aperte. — E detto ciò, s'appoggia
sul petto il viso di Vertute e sorte
fra le colonne. Ed io ne stava in foggia
di chi non sa de le dua porte apporte
quale si prenda, s'una prender deve;
e mentre dubbia, gran duolo riceve.

La destra via mi elessi finalmente:
cosí movea di Nursia il saggio spirto.
Ma le sinistre donne, triste e lente,
trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto.
Quivi tra loro un lupo immantenente
comparse (onde non so) minace ed irto,
del quale una di lor, se ben rimembro,
svelse sdegnando il genitale membro.