P ersutti accedant primo, bagnentur aceto,[199]
A pponatur apri lumbus, cui salsa maridet,
T ripparumque buseccarumque adsit mihi conca,
R ognones vituli lessi sapor albus odoret,
I nsurgant speto quaiae, mostarda sequatur!
S ic vivenda vita haec: veteres migrate fasoli!
LA MATOTTA
TRIPERUNO
Stavami un giorno fra li altri col mio maestro Merlino su la ripa d'un rapidissimo fiume di latte, lo quale, impetuosamente le fragil sponde di pane fresco diroccando, un suavissimo talento di mangiar suppe di cotal mistura porgevaci. Ma io talmente trovavami esser allora di frittelle compiuto e satollo, che (in mia laude vo' dirlo!) col dito per la gola quelle toccare averei potuto: laonde mi fu mistero la cintura, se scoppiare non vi voleva, rallentarmi su' fianchi. Vero è che 'l mio precettore, assai di me non[200] pur meglior poeta, ma bevitore, mangiatore e dormitore, tutto che di quelle istesse frittelle dovea ripieno essere, niente di meno erasi pur anco apposto agiatamente a l'impresa di espugnare un capacissimo vaso di lasagne, non giá di pasta per zappatori usata, ma di pellicole de grassi capponi, li quali de l'istesso colore, c'hanno la testa li giudei, erano. E mentre io, con seco favoleggiando, mi trastullo in veder un porco col griffo nel caldaio di broda lí guazzare, ed egli per non perder il tempo mi ascolta solo e mai nulla risponde, ecco vi sovraggiunse un damigello, d'aspetto, per quel che mi ne parea, molto gentile e saputo, lo quale una sua cetra soavemente ricercando, cosí accomodatosi con la voce al sòno e appoggiatosi ad un lauro a lui vicino, disse:
LIMERNO
La fama, il grido e l'onorevol suono
di vostra gran beltá, madonna, è tale,
che 'n voi tanto 'l desio giá spiega l'ale,
che non mi val s'addrieto il giro o sprono.
Di che s'al nome sol l'arme ripono
con cui spuntai d'Amore piú d'un strale,
or che fia poi vedendo l'immortale[201]
aspetto vostro, a noi sí raro dono?
Ma, lasso! Mentre i' bramo e 'nsieme tremo
vederlo, piú s'arretra la speranza
quanto l'ardor piú cresce col desio.
Però di quella omai poco m'avanza;
e pur s'un riso vostro aver poss'io,
resorto fia da voi sul punto estremo.
TRIPERUNO
Al soavissimo canto e suono di quel giovene tacquero sí le selve, racquetatosi ogni vento, che le fronde niente si moveano, non giá perché nel contado del mio maestro fusse de fioriti prati, ombrosi boschi, verdi poggetti amenitade veruna (quando che la vaghezza di quel luogo era solamente di lardo, botiro, cagiate, brode grasse ed altre simili leccardie), ma quella fiumara, che dissi essere di latte, eravi confine di tre molto differenti regioni, come se fussero la Europa, l'Africa e l'Asia. La prima regione, ove io col mio maestro abitavamo, giá pienamente dessignata avemo, la quale Carossa fu nominata. La seconda, tutta vaga[202] e ripiena di vive fontane, frondosi lauri, mirti, faggi, abeti, frassini, olive, querze, e d'altri assai bellissimi legni addombrata, chiamavasi Matotta, ove questo Limerno dimorava. La terza, per[203] il contrario, tutta sassosa, rigida, secca, sterile ed arenosa, Perissa[204] fu appellata, ne la quale un eremita detto Fúlica, senza ch'altrui lo invidiasse, abitava. Or dunque m'accorsi quel giovenetto dover essere del paese di Matotta, lo quale, cosí polito de vestimenta e perfumato di muschio, sapeva dolcemente a l'instrumento concordare la voce; onde io tratto in quella parte celatamente, che né egli né Merlino se n'avvedesse, trapassai lo fiume di latte in quella verdura di lá e, drento uno cespuglio di rose e spine appiattatomi non troppo da lui remoto, stetti ad ascoltarlo. Lo quale, dopoi un lunghetto ricercare di quelle sonore corde, in queste rime cosí proruppe, dicendo:
LIMERNO