CRISTO

Oh se co' l'occhio avessi 'l cor sincero,
piú che di for me 'ntenderessi dentro!
Però di me non hai giudicio intero.

TRIPERUNO

Non pur voi, ma me stesso, e 'n questo centro
come 'ntrassi non so. Ben or vi dico:
s'uscirne poscio, mai, non mai piú v'entro!
Non trovo in lui né porta né postico
per cercar chi' mi faccia, e brancolando
in guisa d'orbo, piú miei passi intrico.
Oggimai tempo è trarsi d'ombra, quando
la luce de vostr'occhi essermi scorta
non sdegni a l'uscio per voi fatto entrando.

CRISTO

Questa prigion da tutte parti porta
non ha, for ch'a l'entrare; ma ritorno
far indi e sovra girsen, via piú importa.[286]
Questo è quel lungo nel mal far soggiorno:
non speri uman valor, chi uscirci vòle;
ed io lo guida son ch'altrui distorno.
Di che se ben sentissi, o ingrata prole,
quanto ti diedi e darti anco apparecchio
di questa cieca ed inornata mole,
non fôra mai che per alcuno specchio
di veritá lasciassi 'l vero lume,
avendo al falso pronto sí l'orecchio.
Son io la veritá, son io l'acume
del raggio che, volendo, sempre avrai:
persona i' son de l'inscrutabil nume.
Io son l'amor divin, che ti criai
uomo simile mio, del ciel consorte,
se 'l cor porgi che pria t'addimandai.[287]
A te il mio regno, a me il tuo cor per sorte
convien. Stolto sarai se darmi 'l nieghi,
ché nol facendo ti verrá la morte!
Morte, fera crudele, ai lunghi prieghi
che le sian fatti acciò non ti divore,
immobil sta, non che punto si pieghi.
Ma se remetti ne le man mie il core
e per altrove porlo indi nol svelli,
non fia perché abbi tu di lei timore.
Soi tumuli, sepolcri, roghi, avelli
e quant'urne s'affretta empire d'ossa
non temer, né di forza ch'aggian elli.
Lei, di catene vinta in scura fossa
rinchiusa, freno; ché, sciôrse volendo,
talora si dimena con tal possa,
ch'ella, te il cor ritolto avermi udendo,
subito rotte lasciaralle a dietro.
E, quant'or ti son bello e ti risplendo,
questa piú lorda e d'aspro viso e tetro
ti assalirá co' l'insaziabil ferro
di nervo tal, ch'ogni altro li è qual vetro;
e 'n peggior stato, di cui ora ti sferro,
respinto ancideratti, e parangone[288]
farai del gran destin che altrove serro
a te, sol d'intelletto e di ragione
bell'alma. Poi ch'ucciso morte t'aggia,
in Dio de l'opre tue sta 'l guidardone!
Pur speme né timor da te ti caggia,
ma l'una e l'altro insieme fa' che libri;
ché chi spera temendo alfin assaggia
di me quale dolcezza lá si vibri,
ove sfrenato amor ragion non stempre,
ma sian le due vertú del senso i cribri.

TRIPERUNO

Se per cosa, Signor, di basse tempre
da voi sí largo pregio me n'acquisto,
ecco, vi dono il cuor! abbiatel sempre!
Ma (dirlo vaglia!) non piú bello acquisto
far si potria di quel ch'or faccio: averve,
o d'ogni ben bellezza, in fronte visto,
in quella fronte, onde tal foco ferve[289]
in l'alma mia, che ardendo s'addolcisce,
mentre che 'l suo del vostr'occhio si serve.
Non ho che io temi morte se perisce
ogni sua forza, pur che sempre v'ami;
e il sempre amarvi troppo m'aggradisce.

CRISTO

Non mancheranno tesi lacci ed ami
d'un adversario tuo, che 'nvidioso
al don, ch'or ti darò, sotto velami
di veritá cerchi farti ritroso
a l'amistade nostra; ma piú bassi
che puoi gli occhi terrai col piede ombroso.
Muovi tu dunque accortamente i passi
per questo calle che a man destra miri,
onde al terrestro paradiso vassi.[290]
Cosa non avvi per cui unqua sospiri,
anzi gioisci di quel dolce ch'io
t'apporto, acciò che m'ami e toi desiri
commetta a me che t'ho svelto d'oblio.