TRIPERUNO

Com'esser può ch'un arbore, ch'un fiume
l'un stia verde giammai senza radice,
l'altro piú scorra se acqua non s'elice
di fonte, o neve a l'austro si consume?
Com'esser può che 'ncendasi le piume,
mancando il sole, l'unica fenice,
o ch'ardi al spento foco cera o pice
di natural e non divin costume?
Com'esser può, dal cor un'alma sgiunta,
che 'n corpo viva, come allor viss'io
che 'l cor al car mio dolce Iesú diedi?[291]
Ma 'n ciò tu sol, amor, natura eccedi,
ch'un corpo viver fai, benché 'l desio
sen porti altrove il cor su l'aurea punta.

TALIA

Piú di voi fortunati sotto 'l sole
fra quantunque animal non muove spirto,
ch'al fin d'esta mortal incerta nebbia
migrar ci è dato sovra l'alte stelle!
Bontá di lui, che, a man destra del Padre
regnando, fassi degna nostra guida.
Nostra per cieco labirinto guida,
ove smarri de lo 'ntelletto il sole;
nostro fermo dottor, che sé col Padre
esser c'insegna un Dio co' l'almo Spirto,
un Dio, che stabil muove il mar, le stelle,
augelli, belve, frondi, vento e nebbia.
Ma da l'Egeo mar un'atra nebbia,[292]
che a tanti perder fa la dolce guida,
levata in alto fin sotto le stelle,
ai saggi erranti cela il vero sole:
ché piú credon salir di Plato il spirto,
che Paolo e Móse, che d'Isacco 'l padre;
né Archesilao né de stoici il padre
sin qui gli han tolto via del cuor la nebbia,
che penetrar non lascia ove sia 'l spirto
motor di ciò che muove, mastro e guida.
Però van ciechi e bassi, e solo al sole
molti dricciâr altari ed a le stelle.
O voi dunque, mortali, de le stelle,
de l'anime e di noi cercate il sole,
e non del dubbio Socrate la nebbia.
Meglio è morendo aver Iesú per guida
che ad Esculapio offrir d'un gallo il spirto![293]
I' veggio trasformato il negro spirto
in angelo di luce, per le stelle
volando, a noi mostrarsi esser lor guida,
se leggo Averois, d'errori padre.
Ma l'aquila Gioanni in bianca nebbia
sublime affise gli occhi al Sol del sole;
al Sol del sole, onde 'l figliuol, dal padre
mandato in questa nebbia su a le stelle,
si è fatto nostra guida, amor e spirto.


DISSOLUZIONE DEL CAOS

TRIPERUNO

Finito che fu dunque l'alto verbo,
benché infinito sempre lo servai,
disparve 'l mio Signor in un soperbo
triunfo tolto a mille e mille rai;
ma nel fuggir un sòno cosí acerbo
tonò dal negro ciel, ch'io ne cascai
come frassino o pino, il qual per rabbia
di vento stride e stendesi a la sabbia.

Vidi la cieca massa, in quell'istante
che 'l capo m'intronò l'orribil scopio,
smembrarsi in quattro parti a me davante,
ed elle sgiunte aver giá loco propio,
due parti in capo e due sotto le piante:
sommmistrarmi sento effetto dopio,
qual puro e caldo, qual sottil e leve,
qual molle e freddo, qual densato e greve.[294]

Vidi anco le 'ncurvate spere intorno
de la terrestre balla farsi cerchio,
che rotan sempre e mai non fan ritorno:
sol'una è fatta a noi stabil coperchio.
Ma 'l ciel d'innumerabil lumi adorno
(un solo non mi parve di soverchio)
m'offerse al fin girando un sí bell'occhio,
che lui per adorar fissi 'l ginocchio.