Egli, sé alzando, tal mi apparse, ch'io
lasciai pur anco 'l fren in abbandono,
drieto a l'error del credulo desio,
che 'n tal sentier non sferzo mai né sprono.[295]
Ma strana voce, onde quell'occhio uscío,
mentre ch'assorto in lui sto fiso e prono,
scridommi come Paolo ai listri fece,
che di Mercurio l'adorâr in vece.
SOLE
Alma felice, c'hai sola quel vanto[296]
aver di l'alta mente simiglianza,
onde guardar mi puoi frontoso, altero,
qual or ti fai, ché 'n me, codarda tanto,
piú estimi questo raggio che l'orranza
del dato a te sovra ogni stella impero?
Non Dio, ma un messaggero
di lui ti vegno da quell'una luce,
ove ben sette volte intorno avrai
di me piú bianchi rai;
da Quel senza cui nulla fiamma luce,
ma come in vetro egli per noi traluce.
Or dunque piú alto e non sí basso adora,
ché l'esser mio fu solo in tuo servigio.
Mira come ascendendo passo passo,
senza mai far in lunga via dimora,
di miei cavalli tempro sí 'l vestigio,
che l'ampia rota, ove tornando passo,
non unqua vario e lasso,
finir a la prescritta meta deggio.
Vedi come l'estreme parti abbraccio,
e quanto puosso faccio
sol per accomodarti l'uman seggio,
ove di quanto sai voler provveggio.
Mira quell'ampia zona come obliqua[297]
mi volge a drieto, onde ne vado e riedo[298]
insieme, ostando al mio tornar sí ratto.
Né di' che tal ripulsa mi sia iniqua;
ché risospinto, mentre vi procedo,
l'un emisfero aggiorno, l'altro annotto,
scorrendo quattro ed otto
segni per tanti mesi, e passeggiando
causo molta bellezza di natura,
c'ha, variando, cura
farti piú vago e lieto il mondo, quando
d'ambi solstici a l'equinozio scando.
Quinci l'arista, e 'l ghiaccio quindi apporto,
lá il fior e 'l frutto a piú tua dolce gioia.
Ma non usar del ben concesso in male,[299]
ché sentiressi quanto è ratto e corto
il mio gir lento, e ti darei gran noia
solcando il cerchio estivo e glaciale.
Poi 'l tempo c'ha cent'ale
a gli omeri, a le mani, al capo, ai piedi,
ch'ora sotterra giace in le catene,
verria stôrti dal bene
ch'oggi sí lieto godi e te 'l possedi;
e ne faria soi giorni e mesi eredi.
Ben tempo fu, che chi sia 'l tempo e morte
quello provasti, e questa dir sentisti;
e l'uomo Dio, che d'uomo a tempo nacque
(ma sempre di Dio nasce, ed or le porte
del ciel entrar hai visto), giá servisti,
quando per l'uomo farsi uomo li piacque;
ché nel presepio giacque
nudo, fra l'asinello e bue nasciuto.
Ma, d'ignoranzia in grembo, l'hai scordato:
però da Dio novato
col mondo sei, che dianzi eri perduto,
e novo Adamo fatto sei di luto.
Luto non sei piú, no, ma novo Adamo
per cui ruppe oggi Dio la massa, e d'ella
novellamente noi per tuo ben scelse;
noi, dico, stelle, ch'anzi ti eravamo
co' l'altre cose nulla o quel si appella
«Caos», donde 'l bel seclo Dio ti svelse.
Ma sovra le piú excelse[300]
corna de' monti, onde ti porto il giorno,
piantato t'è un terrestre paradiso,
che di solaccio e riso
onestamente sendo sempre adorno,
Iesú spesso vi fa teco soggiorno.
Adora lui, se forse quanto sia,
(dandogli 'l cor sí come hai fatto), gusti.
Quel non son io, perché da te adorato
ne vegna, come al mondo errore fia
di Manicheo e soi sequaci ingiusti.
Cristo non son, perch'egli sempre a lato
del Padre sia chiamato
«sol di giustizia»; dond'ei dir si puote
Cristo esser sole, e 'l sol non esser Cristo.
Sol son io 'l sole, visto
d'occhio mortal; ma l'altro sol percuote
di cieco error chi vòl mirar sue rote.[301]
Ora piú non m'attempo,
ché senza me vedi ogni errante stella
(per trarne frutto, chi testé, chi a tempo),
volersi unir indarno a mia sorella,
che adultera s'appella[302]
d'ogni pianeta, e pur senza noi dua
con puoco effetto va la vertú sua.
TRIPERUNO
A l'increpar umíle del mio Apollo,
come uom che cade e sú vergogna l'erge,
mi rilevai, mirando quanto armollo
di sua potenzia Dio, che, ovunque asperge
li aurati raggi, il mondo fa satollo[303]
di caldo lume, e ratto che s'immerge
a l'altro uscito giá d'un emispero,
imbianca quello, e questo lascia nero.
Ma non sí tosto il giorno fu dal lume
solar causato e nanti mi rifulse,
che lá una fonte, qua bagnar un fiume
vidi le ripe sue da l'onde impulse:
parte stagnarsi e mitigar lor schiume,
parte volgersi al mar e l'acque insulse
far salse, ove l'orribil Oceáno
distende l'ampie braccia di luntano.
In mille parti ruppesi la terra,
donde montagne alpestri al ciel ne usciro.
Quinci una valle, quindi un lago serra
de' colli e piagge qualche aprico giro.
L'alto profundo mar giá non pur erra
la sua consorte che rotonda miro,
anzi, fatta la via per calle stretto,
in grembo a lei si fece agiato letto.
Giá d'erbe, fiori, piante e de' virgulti
la terra d'ogn'intorno si verdeggia;
quai poggi erbosi, e quai lor gioghi occulti
han di frondose cime, e qual pareggia
monte le nebbie. Ma de' boschi adulti
ecco giá sbuca l'infinita greggia
de gli animali: chi presto, chi pegro,
chi fier, chi mansueto, o bianco o negro.
Anco d'augelli un'alta copia vidi
sciolti vagar per l'aere, ed altri tanti
su per le frondi e macchie tesser nidi
o rassettar col becco li aurei manti
(non è poggetto e riva, che non gridi
lor vari e ben proporzionati canti),
altri lasciare il volo e al nuoto darsi
e, in acque scesi, d'augei pesci farsi.
Stavami affiso, e nel mirar un dolce
pensier alto diletto m'apportava:
gran cosa il mondo, e piú chi 'l guida e molce
troppo mi parve allor, e ch'ei non grava
né l'un né l'altro polo che lo folce,
e ch'un sí magno artefice l'inchiava!
Né fu mirabil men, che de niente
pender lo vidi ad alto incontanente.[304]