— A farvi ammazzare — ribatte inquieta la moglie.

— Anche, se occorresse — risponde freddamente il Manin.

E senza indugio corre all'Arsenale, seguito dalle guardie civiche; intima al contrammiraglio austriaco di rimettergli le chiavi, e al rifiuto, traendosi l'orologio di tasca, dice con energica calma:

— Vi accordo sette minuti di tempo a consegnarmi quelle chiavi. —

Il contrammiraglio cede, e l'Arsenale, potente arnese di guerra, dove si custodivano armi e munizioni in gran copia, e dove l'Austria avea tutto disposto e ordinato per bombardare la città, cade in potere del Manin.

Mentre questo avvocato creatore di rivoluzioni usciva dall'Arsenale, e con la spada sguainata salutava il gran leone scolpito sulla porta, gridando Viva San Marco, i governatori austriaci cedevano i loro poteri al Municipio.

Proclamata la Repubblica, il Manin fu eletto presidente. Il sogno superbo diveniva realtà, e dalle acque tranquille della laguna saliva la speranza, la visione, l'amore, il pensiero di poeti e di martiri, la nobile, la bella, la grande Italia.

Le città venete erano poco dopo sgombrate dagli austriaci, che, protetti dal terribile quadrilatero, chiuso dalle fortezze di Verona, Mantova, Peschiera e Legnago, si ritirarono nella regione compresa tra l'Adige e il Mincio, ove rimessi dalle prime sorprese stettero aspettando l'esercito di Nugent, che adunavasi sull'Isonzo e si apprestava ad invadere il Veneto. Italiani d'ogni parte della sacra penisola correvano intanto alle lagune. Drappellando bandiere, vestiti teatralmente, con divise dai colori sfoggiati, con cappelli piumati ed elmi dalla lunga criniera, con molti uffiziali che il grado eransi conferito da sè, inebriati da sonore ed enfatiche parole e dai canti patriottici sciatti di forma, ma esuberanti di colorito, quei volontari, senza disciplina militare, novissimi al combattere, si mostravano pronti ad affrontare con slancio ardimentoso la morte.

Di memorabili prove di valore parlano i campi di Montebello, di Sorio, di Solagna, i piani di Curtatone e Montanara, innaffiati dal più gentil sangue toscano, i colli di Vicenza, gli spalti di Treviso e di Osoppo, le Alpi cadorine, non meno valide a presidiare la patria delle giovani milizie guidate dal Calvi.

Le armi levate a cacciar lo straniero si credeano veramente benedette da Dio. In quei mattutini crepuscoli della redenzione nazionale, l'amor della patria vampeggiante di purissimo fuoco s'accompagnava a quel sentimento che fa divina l'anima così nelle grandi esultanze come nei grandi dolori. Allora, in quell'Italia così diversa dall'Italia presente, le due grandi forze, religione e patria, andavano unite, le due grandi forze senza le quali è vano sperare che la patria nostra ascenda a' suoi alti destini per le vie della sua ideal perfezione. Allora, nella penombra dorata del bel San Marco, il popolo veneziano accorreva a ringraziare e a pregar Iddio, dal quale solo viene il supremo conforto della speranza. Il vecchio tempio repubblicano significava in que' dì qualche cosa più che un simbolo religioso: esso non rappresentava soltanto la fede, ma la patria, e non pure la patria, ma la dignità di uomini liberi.