A reggere il paese fu eletto un triumvirato dittatoriale: preside il Manin, il colonnello Cavedalis per provvedere all'esercito, il contrammiraglio Oraziani alla marina.

Il 27 ottobre 1848, con un impeto di prodezza eroica, le schiere guidate dal generale Pepe, rompevano dal lato di terraferma il cerchio di ferro serrato intorno alla sventurata città, e fugavano i nemici in quel fatto d'armi che s'intitola la Sortita di Mestre. In quella giornata Venezia aggiunse una solenne pagina di valore alla sua storia.

A Mestre si fecero oltre 500 prigionieri, si lasciarono sul campo 200 austriaci, si conquistarono 6 cannoni. Dei nostri 119 tra morti e feriti, ma nessun prigioniero.

Cadde ferito a morte Alessandro Poerio napoletano, poeta e soldato, una delle più nobili figure del risorgimento italiano. Gli amputarono una gamba e fu trasportato a Venezia a continuare la sua angosciosa agonia. Prima di spirare la grande anima, rivolto a coloro che il circondavano:

— Fine al pianto: celebrate i miei funerali con una vittoria sugli austriaci — disse, e reclinato il capo si addormentò in quel sogno di gloria.

La vittoria di Mestre fu veramente l'ultimo sogno di gloria per Venezia. Intorno alla infelice città si strinse più fiera la cintura di ferro e di fuoco.

Incominciava la penuria dei viveri: dileguava ogni speranza d'aiuto. Dalla Francia vaghe promesse: dall'Inghilterra consigli di desistere.

Nel febbraio del '49 prendeva la direzione del blocco il maresciallo Haynau, ferocissimo, che rinnovava a Venezia la leggendaria apostrofe di Attila.

Il Manin in quei terribili giorni provvedeva a tutto con la prudenza non mai scompagnata dall'energia, operava ratto e molteplice. Pensava alla difesa, tutelava l'ordine interno; con lettere piene di senno politico sollecitava l'aiuto delle nazioni amiche, e con la calda parola, col coraggio personale, con la mite franchezza imperava sulle intemperanze, sulle gelosie, sulle agitazioni.

Quella rivoluzione, non fu soltanto agitamento febbrile di popolo, ma rivendicazione di sacri diritti, ordinata da uomini, che non soltanto sapeano scrivere e parlare, ma dirigere onestamente e virilmente le cose politiche. Così che se io considero i creatori e i reggitori severi di sì forte governo, mi si presenta allo spirito la significazione che r antichità diede alla statua scolpita in Argo di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria. La quale statua, a dimostrare che valgono più le cose delle parole, rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo con compiacenza; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.[1]