Quando il Piemonte rompeva di nuovo la guerra all'Austria, rifiorirono ancora le speranze, presto troncate dalla sconfitta di Novara, che parve il presagio della ruina di Venezia.

Il 2 aprile 1849, la veneta assemblea si riuniva nella sala del Maggior Consiglio. Le figure colossali dei vecchi dogi e dei guerrieri della Repubblica, dipinte sulle pareti, parevano pronte a trar la spada per difenderla ancora.

I rappresentanti del popolo, sparsi a crocchi per la sala, parlavano a voce concitata, sommessa, quando entrava Daniele Manin.

Ei procedeva non baldanzoso, ma sicuro; grave ma pacato. Un ardore melanconico brillava negli occhi suoi fissi. La sua voce avea strane virtù, che comunicavano alla sua eloquenza una commozione profonda. Dopo aver detto della disfatta e dell'abdicazione di Carlo Alberto, parlò così:

— L'Assemblea vuol resistere al nemico? —

Tutti acclamando s'alzarono in piedi.

— Ad ogni costo?

— Sì, ad ogni costo.

— Badate, io vi imporrò sacrifizi immensi — replicava il Manin.

— Li faremo — gridarono tutti. Dopo ciò si votava la seguente parte: