«L'Assemblea dei rappresentanti dello stato di Venezia, in nome di Dio e del Popolo, unanimemente decreta: Venezia resisterà all'austriaco ad ogni costo.»

L'onta di mezzo secolo prima, con cui un altro Manin aveva macchiata Venezia, era veramente cancellata. Splendeva anco una volta glorioso il retaggio de' secoli, e dagli antichi dipinti della sala del Maggior Consiglio l'immensa moltitudine di valorosi pareva rispondesse orgogliosa ai nuovi accenti d'inclito ardimento.

Anche il popolo parve inebriato d'epico orgoglio. I ricchi portarono sull'altare della misera patria il loro oro: il popolo il suo obolo: le donne i loro gioielli.

Frattanto volendo gli austriaci porre fine alla impresa, riassunsero più gagliardamente le offese, e la squadra imperiale si portò nelle acque di Venezia, chiudendo le vie del mare, mal protette dalla debole e disordinata marineria veneta.

Dalla parte di terra si raccoglievano 30,000 uomini, che fecero piombare la terribile grandine del ferro e del fuoco sul fortilizio di Marghera, sentinella avanzata nella solitudine delle acque.

Venezia non era però preda esposta nè facile, e non le mancavano e petti e braccia e ostinata virtù di resistere.

Pochi soldati d'ogni parte d'Italia, forti di una costanza che avrebbe stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche militari, comandati da prodi ufficiali, quali Ulloa, Cosenz, Mezzacapo, Sirtori, Rossaroll, Galateo, difesero Marghera per ventinove giorni continui di trincea aperta, fino a che il più valido propugnacolo di Venezia, ridotto ad un mucchio di rovine, grondanti sangue, fu dovuto sgombrare. La difesa feroce si ritirò sul ponte della strada ferrata, che unisce la città alla terraferma. Qui l'artiglieria continuò a fulminare di fronte con incredibile celerità il nemico.

Mentre lo strenuissimo Cesare Rossaroll, l'Argante della laguna, puntava i suoi cannoni, fu colpito da una granata. Sorretto fra le braccia del generale Pepe, nella convulsione dell'agonia, con la voce semispenta incitava i suoi a combattere senza posa per l'onore d'Italia.

Ma ogni dì più non l'anima, la speranza scemava.

Dopo la defezione scellerata del re di Napoli, dopo gl'irresoluti consigli del Granduca e le riluttanze del Papa, dopo Novara, dopo il riacquisto di Milano e la mostruosa repressione, di Brescia, anche Roma cadeva, e sulla misera Italia si stendeano nuovamente le ombre del servaggio.