Separata dal mondo, ultima e sacra cittadella della indipendenza italiana, resisteva ancora la città creduta la più mite, la più tranquilla, la più molle di tutta la penisola, la città degli amori e dei diletti.
L'amor della patria compie di siffatti prodigi!
Ma già a Venezia si faceva sentire acerba la penuria dei viveri, quando, il 29 luglio, cominciava furiosissimo il fuoco contro la città.
Strisce di fuoco solcavano la notte serena: le palle fioccavano.
Il bombardamento continuò senza tregua.
Si dovettero estinguere quaranta incendi: luoghi sacri per religione di memorie e per miracoli d'arte furono offesi. Gli abitanti di alcuni quartieri dovettero cercar rifugio nelle contrade più lontane, verso San Marco. Fra tanto scompiglio non un mormorio d'impazienza, non un lamento, non una protesta iraconda, non una rissa, non un furto, non un delitto. Ma in tutti una temperanza, una bontà, una nobiltà di pensieri e di forme. Anzi, tra gli orrori della tragedia, scintillava alle volte l'arguto sorriso della commedia goldoniana. Fra cento scelgo un aneddoto.
Una notte le bombe cadevano frequenti nella contrada di San Felice. Giovani vigorosi, vecchi infermi, donne semivestite, con bambini per la mano ed in collo, fuggivano senza litigare, senza piangere, senza darsi arie eroiche.
Una donna attempata correva trafelante sotto un enorme carico di fagotti e di arredi. Una delle fuggiasche la apostrofò:
— Ohe! comare, saveu che sè un bel tomo a cambiar de casa a sta ora! —
Per donne e sotto un pieno bombardamento (osservava uno dei gagliardi difensori di Venezia, il povero Fambri, che mi raccontò l'aneddoto) non c'è male davvero; però che fra tutte le specie di valore il coraggio allegro sia senza dubbio il più bello e il più utile.