Il calore della stagione s'era fatto intensissimo e un terribile morbo, il cholèra, era penetrato a Venezia.
Ma nessuno parlava di resa, in nessuno scemava il coraggio.
E non era il coraggio del soldato, che muore tra le grida e l'esaltazione delle battaglie, tra l'ebbrezza della polvere e il fulgore degli acciari; ma il coraggio tranquillo, perseverante, paziente, di lunghi giorni, di lunghi mesi, il coraggio di un popolo che passava a traverso gli scoramenti silenziosi, le delusioni profonde, la fame, la pestilenza, senza ormai la più lontana speranza di aiuti, con la sicurezza di veder morire la patria e la libertà, con la certezza che la fiera perduranza renderebbe più crudele il nemico, più inumani i patti della resa, ma sorretto da un'idea alta, radiosa, divina, la salvezza dell'onore italiano.
Quando la pietà comandava di por fine al sacrifizio del popolo, quando la resistenza più oltre protratta non avrebbe messo capo che a sperpero lacrimabile di sangue, Manin, convocata in piazza la guardia civica, con parole piene di pianto chiese se tutti avevano ancora fiducia in lui.
Tutti risposero — Sì, sì. — Tutti piangevano. La esistenza di Venezia s'immedesimava ancora al palpito del cuore di Manin.
Poi, con voce fioca, il Dittatore soggiunse:
— Checchè arrivi, dite: quest'uomo si è ingannato; non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati. —
Tacque e sentì il mancar della vita del naufrago, vinto dall'onda procellosa. Ritiratosi in palazzo, proruppe in pianto disperato e cadde a terra svenuto....
La città era ridotta ai suoi termini estremi.
In un sol giorno i casi di cholèra salirono a 402; cadevano in città circa mille proiettili al giorno, se si consideri che 23,000 ne caddero dal 29 luglio al 22 agosto.