Abbracciato e baciato Emilio, stiamo tutti alla finestra, divenuta il nostro osservatorio.

Passan gruppetti di uomini, di giovani, colle coccarde tricolori all'occhiello e gridano: Viva la Repubblica: Viva Pio IX. — Molti sono inermi, ma altri hanno spade, bastoni armati, poche pistole o fucili da caccia.

Dirimpetto alla nostra casa vi è una gran sostra di legna, e tre o quattro giovanotti armati di coccarde picchiano, ma invano. La porta è chiusa. Se non si apre la porta, incendieranno il magazzino delle legna. Questa minaccia si fa anche alle case vicine, e sostra e case si aprono.

E là entrano e se ne cava un gran numero di casse, di scale, di stie e si trascinano in piazza e si gettano a traverso la via. Io non sapevo che cosa fosse una barricata, e mi si dice che tutti quegli oggetti devono servire ad impedire il passaggio della cavalleria. Son quelle le barricate, fortezze del popolo delle città contro le truppe regolari.

Ma ecco che ad uno di quei rivoluzionari viene l'idea di aprire il magazzino delle carrozze vicereali, che è appunto nella vecchia e abbandonata chiesa di San Giovanni in Conca.

Qui non si può picchiare, nè suonare il campanello per farsi aprire, perchè nel magazzino non stanno di guardia che i topi. Conviene dunque buttar giù la porta, e a colpi di ascie, di martelli, di grossi pali, si sfondano le vecchie tavole e se ne cavan venti e più carrozze coperte d'oro, di festoni, di ghirigori, campate in alto su ruote colossali, ballonzolanti sulle loro quattro gambe. Si portano a braccia di popolo, fra grida, fra urli di evviva e di gioia, e si rovesciano all'entrata delle vie, che sboccano nella piazza, divenuta così una fortezza.

Mentre le carrozze vicereali divengono barricate e vanno a gambe all'aria, alcuni cittadini hanno portato una scala e l'hanno appoggiata alla porta del Liceo di Sant'Alessandro, dove campeggia l'aquila austriaca e in men che non lo dico l'hanno buttata giù a colpi di scure e di martello. E chi sta ai piedi della scala la rompe fra grida e urli e risate assordanti, e coi piedi vi saltan sopra e la calpestano e la fanno a pezzi. Io scendo precipitoso dalle scale con un coltellaccio di cucina, e voglio anch'io ferire quell'aquila grifagna, che per meglio mangiar due becchi tiene; voglio anch'io avere una reliquia di quel cadavere.

Ma ahimè, le mamme e i babbi della nostra casa hanno barricata la porta, e non s'esce. Allora da una inferriata di una camera a pian terreno chiamo uno dei fortunati demolitori dell'aquila grifagna, e che era un mio condiscepolo. Porgo il mio coltellaccio a lui che era inerme. Lo adoperi, e dia a lui e a me un osso, anche una scheggia sola di questo cadavere imperiale.

Quel giorno si passò fino a sera alla finestra, passando di angoscia in angoscia, di trepidazione in trepidazione.

Fatte le barricate, rovesciati i carrozzoni vicereali, demolito lo stemma del liceo, si sentirono da lungi, a lunghi intervalli, delle schioppettate, poi qualche campana che suonava a martello e poi e poi, con un crescendo formidabile di triste augurio, anche un colpo di cannone.