L'avvocato era sceso; si partiva.
—Ma perchè, esclamò Paolina con impeto, non dirò io alla servente che tolga di mano a Cecilia questa borsa e gliela porti fino a casa sua?…
—Non amo che tu rimanga sola, disse Zaeli. M'incarico io di questa faccenda.
E prese di mano alla Rigotti il peso leggiero.
Paolina vide allontanarsi suo marito a fianco della Rigotti che attraversata la strada, messo il piede sul viale del giardino pubblico, girò indietro la testa, salutò anche una volta l'amica. Il raggio del sole ne abbelliva il sembiante, il cappello nero rendeva più bianca quella fronte su cui si spartivano i capelli naturalmente ondulati, lucidi, splendidi alla gran luce del cielo.
Appoggiata al pilastro del cancello, Paolina mormorava coi denti stretti:
—Non v'è più rimedio!
Difatti non v'era rimedio. L'avvocato Zaeli era per circa mezz'ora in balìa di Cecilia Rigotti, il cui fascino, il cui maligno intendimento poteva, secondo l'opinione di Paolina, metterne a cimento la pace, la serietà, l'onestà rara. Non v'era rimedio!… si allontanavano soli, liberi in mezzo all'ampia cornice di verdura, di orizzonte, di acque cristalline; era troppo! Paolina avrebbe voluto sospingerli in città col soffio di bile che le fluttuava in petto, o raggiungerli, frapporsi fra loro e intimare al marito—non la guardare!—I diciannove anni di Paolina erano insufficienti a darle consiglio in quella furia di temporale e piuttosto vi si piegavano sotto, restavan sbattuti, flagellati come un mazzetto di fiori su cui cade la brina.
Veramente addolorata tornò in casa e andò nella sua camera per cercarvi riposo; si affondò nella grande seggiola a bracciuoli, la testa nelle mani, i gomiti sulle ginocchia, piangente e fantasticante.
Ma la penombra della camera le accrebbe i tormenti del cuore e sorse tosto per cercar della luce.