—Bisogna essere giusti, disse con allegria; tuo fratello ha diritto di desinare, e noi abbiamo obbligo di dargli ascolto. Andiamo, Paolina… discorreremo dopo il pranzo.
Ma poi, arrestandosi d'un tratto, quasi pauroso di non trovare mai più un istante così bello d'amore, ispirato da un irresistibile desiderio di metter fine con un brillante episodio alla scena che erasi svolta sopra un fondo così burrascoso, lasciò il braccio della moglie, andò alla finestra di nuovo.
—La lettera è da suggellare, disse in fretta. Se tu non vuoi aspettarci, mangia Tonino, e finiscila.
Irradiata la fronte più che dalla luce del cielo, dalla limpida, schiettissima luce della felicità, si rivolse a sua moglie, fece un passo, si trasse dal petto il portafoglio.
—Tu pensi che io ne levi le quattrocento lire che hai invano cercato e le metta nelle tue mani? di', Paolina, non pensi tu a questo?—e apriva il portafoglio.
Paolina estatica, confusa, fece un gesto che significava:—ah fosse vero!—
—Oppure tu pensi che ad immensa sorpresa ti presenti la ricevuta dell'argentiere, che potrebbe da un momento all'altro mandare le posate di argento!…
—Ah! esclamò Paolina con gioia, allungando la mano.
—Nè l'una, nè l'altra cosa ti faccio vedere, Non sono le quattrocento lire cui tu sospettavi in mano alla Rigotti… non è la ricevuta dell'orefice… è… è…
Tentennava, pallido di commozione. La sua bella fisonomia aveva il fulgore che irraggia dalla coscienza soddisfatta. Nella sua destra teneva un foglio piegato.