Intanto i generali ricorrono al re, gli espongono lo stato delle cose: un pugno di uomini collocati in sui balconi trionfar di parecchie migliaja, mancare le munizioni, la diffidenza insinuarsi negli animi. Ne fremè il Borbone, e tosto disse a diversi comandanti dei corpi: fate uscire artiglieria grossa, battete mura e porte, ed ai soldati dite, che queste vie sono abitate dai più ricchi, e tutte le dovizie che troveranno nei palagi espugnati saranno premio della vittoria: intanto si puniscano i colpevoli ed in modo visibile. Vi fu alcuno che d'animo men tristo, fè osservare che con tali disposizioni le ire potrebbero traboccare con maggior violenza ed i soldati inferocire con ogni specie di baldanza e di licenza: impazientito il sovrano riprese: si sa che il soldato non è frate — e li accomiatò: quindi chiamò il magazziniere della polvere, per nuova distribuzione di munizioni: costui a quel comando trasalì pensando a che sarebbero impiegate l'altre che gli venivano richieste; ma sperando poter impietosire l'animo di Ferdinando, esitò alcun tempo ed accusò la dispersione di chiavi: allora l'altro cavata di tasca una pistola gliela puntò sulla faccia, intimandogli pronta resa delle chiavi se non volea restar morto, l'altro obbedì.

Intanto s'era tornati all'assalto: la promessa del bottino, e la gioia feroce della vendetta inanimava i soldati; da un'altra parte la scarsa munizione della guardia nazionale toccava il suo termine, ma non v'era a chi ricorrere per ottenerne altra, ed il cannone di grosso calibro scuoteva i palazzi, sconficcava le porte e crollava le mura: già la barricata di S. Ferdinando è disfatta: già i palazzi sono aperti e la truppa s'introduce nelle case messe intorno alla reggia, e le prime atrocità si commettono sotto gli occhi del despota. Fu saccheggiato il palazzo messo sul caffè d'Europa e dall'ultimo piano furono precipitati due. Un capitano delle guardie ed un cittadino: — quest'ultimo morì immantinenti, l'altro sopravvisse alcuni secondi e colle mani palpava le parti ferite del corpo moribondo. Fu saccheggiato il secondo palazzo che mette nella via Toledo alla sinistra di chi viene dalla reale stanza, e quello della diritta che è di proprietà del principe di Cirelli: nel primo furono uccise alcune guardie nazionali inermi che tentavano fuggire, e miseramente scannati tutti gl'infelici abitanti, non esclusi vecchi, donne, fanciulli. Nel palazzo Cirelli le guardie nazionali evasero e restarono il principe, con un suo fratello ed il figlio, che furono fatti prigionieri e tra gli scherni e gl'insulti d'ogni genere trascinati nella darsena ove sarebbero stati moschettati, se un uffiziale superiore di loro conoscenza non li avesse salvati e con estrema difficoltà..... ma quale scena d'orrori vado io svolgendo? se dovessi ad una ad una indicare le vittime dell'immane ferocia del re di Napoli non basterebbero queste poche pagine, dovrebbe empirsi un volume d'orrori.... queste nefande scene seguirono per quasi tutte le abitazioni di quella magnifica via. Non si ebbe rispetto nè per sesso nè per condizione; i combattenti dopo aver contrastato ai regii scherani i posti occupati palmo per palmo tentavano fuggire e la più parte riusciva, ma la strage ai quali eransi sottratti ricadde sugl'innocenti, giacchè la ferocia di quelle belve chiedeva delle vittime e queste furono imbelli vecchi, innocenti fanciulli e delicate giovinette. Ognuna di quelle vittime, meriterebbe una memoria di dolore, perchè il martirio fu atroce egualmente per tutti; ma stanchi di tracciare tutta una giornata d'orrori, andremo indicando alcuni dei nomi più conosciuti ed alcune delle catastrofi più distinte per notorietà e violenze.

Ecco alcune circostanze legate alle sorti di quella memoranda giornata.

VI GLI SVIZZERI.

Siccome è cagione di alta maraviglia lo scorgere nel soldato napolitano tanta attitudine guerriera, tanta bravura militare e personale e nello stesso tempo un'anima così serva e nessuna luce nel pensiero, eguale stupore si sveglierà e forse maggiore nel considerare l'indole della nazione svizzera generosa e guerriera, libera e capace di spargere tutto il suo sangue per mantenere integri i diritti della sua indipendenza, così incontro a nemico esterno come a tirannide interna, e come nello stesso tempo porzione de' suoi figli abbandoni le nevose e giganti sue vette, ove i nembi dell'inverno, e la tremenda maestà delle rupi natie par che abbiano in custodia il palladio della libertà; i costumi semplici ed intemerati dalle loro pendici, le austere virtù dei loro padri, l'alito illibato delle loro vergini, per discendere ove è lunga abitudine di servaggio, mollezza di clima, vizii ed inerzia, delitti e superstizioni, vizii alimentati da millenare schiavitù, straniera, viceregale, in ultimo indigena: ivi prostituirsi della purezza del cuore, e di quell'energia guerriera impartita ad essi dalla maestosa natura delle loro contrade, e fino di quel valore incontrastabile farne baluardo alla sicurezza del tiranno, e stromento, che collocato nelle di lui mani divien tanto più funesto quanto più deciso e feroce è il colpo che vien dal rinnegato anzichè da nemico qualsiasi. Ma una menoma frazione di rei non formerà accusa contro una valorosa ed invitta repubblica, come la bruta ferocia con cui i valorosi napolitani tolti alla guerra generale e santissima che combattevano contro lo straniero, per rivolgere le armi per la guerra fratricida (d'onde è che si è allentato il prospero corso dei trionfi italiani) ripeto, quella serva e bruta ferocia non permetterà che sul nome di liberi napolitani vada a ripiombare quell'esecrazione tutta al tiranno dovuta, che insanguina la terra delle Sicilie con quelle armi che ha tolte all'esercito italiano col pretesto d'una rivoluzione da lui stesso provocata e condotta. I reggimenti svizzeri da molti anni educati al servaggio napolitano, han dato prova di vizi turpi ed abbominevoli: i comandanti hanno confortato i Napolitani ad una rivoluzione e li hanno poscia traditi, ed i soldati sulla vinta ed inerme città hanno esercitato ogni genere di nefandità; entrando nelle case hanno ucciso l'inerme ed il prigioniero, le donne ed i vecchi: indi han saccheggiato (come ne aveano avuto licenza, anzi promessa) nella stanza stessa che suonava dell'agonia delle loro vittime; gli uffiziali stessi in case neutrali han messo a prezzo la vita di inermi cittadini; una povera donna non avendo altro da offrir loro che cibo, cibo essi presero da lei. Tanta ferocia! e contro un popolo che gli aveva amati, ed in essi avea rispettato liberali istituzioni e generosa fortezza! oh quante sciagure ci lascia a deplorare la tirannide! ma la maggiore è la corruzione dalla quale vediamo perduti i migliori.

Aspettiamo dalla Repubblica Svizzera giustizia; l'aspetta Napoli ed Italia, la reclama la civiltà Europea.

VII I LAZZARONI.

Ecco una classe del popolo napolitano, nella quale si suole riconoscere l'ultima feccia; molte bizzarre voci corrono per l'Italia e per lo straniero sul conto di costoro: ma eccone un cenno il più sincero che sappia darne.

Questa classe, nella quale si sogliono noverare i facchini, gli ultimi venditori a minuto che van per la via facendo mercato, i garzoni dei cocchieri da nolo, pescivendoli e che so io, fu per l'addietro oltremodo numerosa. L'istoria ci riporta varii fatti ne' quali si son segnalati: come la rivoluzione di Masaniello, e la resistenza che opposero nel 1799 ai Francesi nel loro ingresso in Napoli non con altra arma che quella di ben equilibrati ciottoli, che essi trattano maestrevolmente. Il progresso (di che par che al popolo napolitano non sia giunto che l'eco) pure d'assai di quei paltonieri ne formò dei piccoli mercatanti, di guisa che questa classe è sensibilmente scemata di numero. In generale il popolo napolitano è di cuore sensibile, ed egualmente lo è il lazzarone, oltre a ciò superstizioso, ed ignorante per l'influenza che i suoi re hanno esercitato su di esso: la nessuna coltura gli dà un aspetto sozzo e grossolano, mentre può dirsi di spirito penetrante, e par che abbia grande attitudine ad un miglioramento per le ragioni che andrò sponendo.

Dal 29 gennajo le classi operose e pensanti diedero opera a curare i vizii di questa numerosa frazione del popolo napolitano, e possiam dire, d'allora fino al 15 maggio non essersi bruttata d'un furto solo, vizio di che in specie si macchiava sotto i rigori della polizia passata (oggi tornata in essere); si tentò prima colle prediche e gli esempli virtuosi di maturare in essa l'opinione, per poi soggettarla ad una certa coltura. Nella catastrofe del 15 maggio cominciò di buon'ora a prendere parte per la nazione: io stesso vidi al largo della Carità, cominciata la zuffa, alcuni lazzari disarmar quattro svizzeri a colpi di pietra, poi quando la giornata cominciò a pigliar cattiva piega molti di loro si ritirarono: il re che dell'atroce banchetto volea avesser preso parte anche i lazzaroni, fece invitarli ad uscire colla offerta di uno scudo per ciascuno, e la promessa del bottino: così la miseria, l'abbrutimento, la seduzione potente della preda ed il prestigio del trionfo che meravigliosamente s'esercita sulla plebe, fè che i lazzaroni uscissero: il primo loro bottino consistè negli oggetti che erano serviti per le barricate, che in gran parte erano formate di panche, scanni, carrozze ed omnibus. Intanto gli Svizzeri, e con gli Svizzeri la truppa regia, saccheggiavano a man franca i palagi, togliendo per se gli oggetti più piccoli, come argento, oro, gemme, ed invitavano i lazzaroni pel saccheggio d'oggetti di maggior volume; pure in questo spettacolo di depravazione e delitti i lazzaroni salvarono qualche vittima dall'eccidio: per altro la trionfante tirannide di nuovo gittò la trista classe nei mal repressi vizii, e disperse ben presto quei pochi semi di virtù che lo sforzo dei liberali avea tentato di far germogliare in essi entro spazio di tempo così corto.