La _cortigiana_ apparisce in Roma alcuni anni prima del 1500 [7] e come tale è ufficialmente, se così è lecito dire, riconosciuta in documenti autentici della curia papale. In un censimento [8] compilato d'ordine della suprema autorità di Roma, redatto certamente nel settennio corso dal 1511 al 1518, ove trovansi numerate case, botteghe, proprietari ed inquilini, e di tutti o quasi tutti si nota la patria, condizione ed arte, le _cortigiane_ sono notate in numero esorbitante, spagnuole e veneziane in massima parte, e distinte in _cortesane honeste, cortesane putane, cortesane da candella, da lume, e de la minor sorte_. Una sola volta, e forse senza alcuna malizia, il compilatore della statistica dimentica l'aridità del suo lavoro e nota: "La casa di Leonardo Bertini habita Madonna Smeralda cura 3 figlie _piacevoli_ cortegiane".

Il tipo dell'elegante cortigiana, dell'Aspasia del cinquecento, è l'Imperia, morta in Roma nel 1511 a soli ventisei anni, [9] ricordata egualmente con ardore da storici e romanzieri, amata da Angelo del Bufalo e da Agostino Chigi il famoso banchiere [10] celebrata da poeti e letterati, e presso la quale adunavasi il fiore della romana aristocrazia e convenivano uomini quali il Sadoleto, il Campani, il Colocci. Ebbe per maestro Domenico Campana detto Strascino. Di altre citansi le doti singolari: "Lucrezia Porzia, dice l'Aretino, pare un Tullio, e sa tutto il Petrarca e il Boccaccio a memoria ed infiniti e bei versi di Virgilio, d'Orazio e d'Ovidio e di molti altri autori" [11]: la Squarcina conosceva benissimo il greco: la Nicolosa leggeva i salmi in ebraico, e molte ancora che sarebbe ozioso il ricordare.

Malgrado tutto ciò la cortigiana del cinquecento era pur sempre quella del medio evo: tolta dall'ambiente che l'avvinceva, costringendola a piegarsi al rinascimento classico, rimaneva di essa la donna nella quale si alternavano tutti quei bassi sentimenti che erano diretta conseguenza della vita che conduceva. Però qualche barlume di affetto vero, potente, trovasi pur nella storia della cortigianeria: il Molza ed il Bandello non erano alieni dal credere che la cortigiana potesse veramente amare, noi, più scettici, crediamo con riserva a questo amore che poteva esser cagionato da interessi troppo palesi e reali, dubitiamo che la cortigiana avesse il cuore al di sopra della ragione, mentre accettiamo senza dubbio alcuno il fatto che nella prostituta di più bassa specie si rinvenisse l'amore nelle più forti sue manifestazioni. È questo un fatto che si ripete continuamente anche ai nostri giorni, e se discutibile dal lato psicologico, non cessa per questo di essere men vero. Ricordasi l'Aragona innamorata del Varchi e del Manelli: Camilla pisana dello Strozzi; Marietta Mirtilla del Brocardo, ed una certa Medea che in morte di Ludovico dell'Armi veniva consolata per lettera dall'Aretino; ma vogliamo proprio credere sul serio all'amore ispirato alla cortigiana da letterati? Questi erano allora come adesso, e come forse disgraziatamente lo saranno sempre, più ricchi d'ingegno, di madrigali, di epistole che di quattrini, esaltavano le cortigiane, dedicavano loro libri e capitoli e col sacrificio dell'amor proprio ricambiavano i favori lor concessi: Antonio Brocardo scrisse un'orazione in lode loro, il Muzio, il Tasso, il Varchi esaltarono l'Aragona: il Molza, Beatrice spagnola: Michelangelo Buonarroti, Faustina Mancina: Niccolò Martelli l'onorata madonna Salterella; e le cortigiane si abbarbicavano a questi letterati perchè da essi dipendeva in massima parte la rinomanza loro [12]. La Tullia d'Aragona è quella che nelle sue rime lascia maggiormente scorgere l'influenza dei letterati, sino a dubitare che alcune di esse siano opera del Varchi stesso, e dà in pari tempo la figura spiccata della strisciante cortigianeria che avviluppava anche allora i più minuscoli principi. L'antitesi è in Veronica Franco della quale daremo in breve le rime, divenute di meravigliosa rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di alcuni pochissimi più venturati [13]: essa è l'incarnazione della donna libera del cinquecento ed è l'unica che canti liberamente i suoi amori: non s'informa a platonismo o castità irrisori, ama per amare e soddisfare i sensi, e i suoi liberi amplessi, dice il buon P. Giovanni degli Agostini "con tal'arte seppe dipingerli e con tal frase adornarli che servono agl'incauti di vigoroso solletico alla concupiscenza [14] ". Tale non può essere oggi il parere di coloro che si occupano seriamente della nostra letteratura: ogni pagina, bella o brutta, sana o impura, che venga a chiarire la nostra rinascenza, non è che contributo a lavoro maggiore, e come tale spero vorrà essere accolta questa mia debole fatica.

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Della Tullia d'Aragona parecchi si occuparono, in questi ultimi tempi: forse ne parlerà ancora il Bongi nel seguito de' suoi _Annali del Giolito de' Ferrari_, editi dal Ministero della Pubblica Istruzione; certamente poi il Biagi in altra edizione di un suo scritto apparso nella _Nuova Antologia_ del 1886; ma stimo che la biografia della poetessa poco abbia più da offrire a così insistenti e dotti ricercatori, perchè la sua vita è quasi tutta delineata, e molto nettamente per l'epoca nella quale visse e la vita nomade che ebbe a condurre. In ogni modo augurando sempre nuova luce, basta al mio assunto ritrarre in poche linee la vita della Tullia, servendomi anche di documenti finora non messi a profitto dai due egregi scrittori.

Il Crescimbeni [15], il Quadrio [16], il Mazzuchelli [17], il Tafurri [18], e ultimo ancora Pietro Vigo [19] credettero la Tullia napolitana; lo Zilioli [20] seguito dal Canestrini [21] e dal Labruzzi [22] la dissero romana a ciò confortati, prima che altre testimonianze venissero a luce, dalle precise dichiarazioni che Girolamo Muzio fa nell'egloga _Tirrenia_ a lei dedicata [23]. Infatti la Tullia nacque in Roma da Giulia Campana ferrarese [24] e dal cardinale Luigi d'Aragona [25]. L'anno di sua nascita è ignoto: il Labruzzi e poi il Biagi [26] considerando che nel 1519 il padre di lei era già morto e che nel 1527 ella era già nota nel mondo galante, pongono la nascita circa il 1505, basando anche tale congettura sulla novella VII degli _Ecatommiti_ di Giovanni Battista Giraldi. Sta infatti che il Giraldi finge sia raccontata la novella di Nana e Saulo nel 1527 al tempo del sacco di Roma, ma vuolsi proprio accettare quella data senza dubbio alcuno e su di essa basare deduzioni storiche, quando nella stessa opera rinvengonsi altri episodi che forse non reggerebbero ad una severa critica e sono falsati nelle date come quelli di Celio Calcagnini e del Giovio? Non potrebbe il Giraldi aver fatto risalire la partenza della Tullia al 1527 per acconciarvi quella pur strana e sudicia novella, scritta molti e molti anni dopo il sacco di Roma e che vide la luce, se non erriamo, solo nel 1565? A noi il Giraldi non prova nulla; più fiduciosi in un passo dei _Ragionamenti_ dell'Aretino che rivelano come l'anno 1519 la Giulia ferrarese partisse da Roma per Siena con la sua _picciola figliuola_, siamo stimolati a credere essere la Tullia nata sullo scorcio del primo decennio del decimosesto secolo.

Della giovinezza della nostra poetessa poche notizie giunsero sino a noi; forse visse in Firenze circa il 1517 e 1518 [27], indi a Siena, ove "imparò a parlare sanese" poi "vedendo la madre che costei haveva di virtù principio grande considerò che Roma è terra da donne, e massime che ella sapea l'usanza della corte e così l'ha fatta cortigiana [28] ". E questo _principio grande di virtù_ era infatti posseduto dalla Tullia, alla quale gli agî procuratile dal cardinale d'Aragona avevano permesso di addestrarsi in tutte le arti della seduzione, vivendo tra le delizie e le comodità d'una onorata fortuna che l'amorevolezza del padre le aveva lasciata tendendo agli studi nei quali fece tanto profitto che non senza stupore degli uomini dotti fu sentita in età ancor fanciullesca disputare e scrivere nel latino e nell'italiano cose degne di ogni maggior letterato, onde arrivando al fine dell'età e accompagnando alla sapienza e virtù sua un'isquisita delicatezza di maniere e di costumi, si acquistò il nome di compitissima sopra ogni altra donna del tempo suo. Compariva con tanta leggiadria in pubblico e con tanta venustà ed affabilità d'aspetto che aggiungendovisi la pompa e l'adornamento degli abiti lascivi, pareva non potersi ritrovare cosa nè più gentile nè più polita di lei. Toccava gli strumenti musicali con dolcezza tale e maneggiava la voce cantando così soavemente che i primi professori degli esercizi ne restavano meravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissime, sì che o scherzando o trattando davvero, allettava e rapiva a sè, come un'altra Cleopatra, gli animi degli ascoltanti e non mancavano sul volto suo sempre vago e sempre giocondo quelle grazie maggiori che in un bel viso per lusingar gli occhi degli uomini sensevoli sogliono essere desiderate [29].

La Tullia tornata in Roma certamente poco dopo la morte del padre vi rimase, secondo ogni probabilità, e magari contro il malevolo Giraldi, sino al 1531, e in questo stesso anno si recò a Ferrara ove conobbe Girolamo Muzio. L'autore degli _Ecatommiti_ dà alla partenza da Roma della Tullia, una ragione abbastanza disonorevole. Egli narra, come convenendo in casa dell'Aragona parecchi giovani romani, uno di questi, che chiama Saulo, invaghitosene al sommo, molto spendesse e si adoperasse perchè a lei nulla venisse a mancare delle agiatezze nelle quali era cresciuta. Dimorava nella stessa epoca in Roma un tedesco, detto Gianni, uomo ricchissimo, ma così sudicio e pieno di lordura che faceva nausea a solo vederlo; costui innamorato della Tullia, tanto insistette che ottenne di essere compiaciuto di lei per una settimana di seguito al prezzo di cento scudi per notte. La Tullia acconsentì; non resse però che una sola notte tanto era il puzzo che esalava quel ricco tedesco. Risaputosi ciò da Saulo e da' suoi amici, ne furono sdegnati, e mai più vollero metter piede in casa dell'Aragona; talchè ella vedendosi disprezzata e sfuggita, se ne partì da Roma. Il Tiraboschi cita una satira di Pasquino contro di lei [30], dalla quale parrebbe che si fosse diretta a Bologna, ma se veramente vi andasse, e certo dopo il 1531, non si conosce, come del pari rimase sinora ignota la satira summentovata.

Che l'Aragona fosse in Roma nell'anno suddetto è chiaramente provato da una lettera che Francesco Vettori scriveva da Firenze a Filippo Strozzi li 14 Febbraio 1531. Questi chiamato in Roma da Clemente VII sotto pretesto di rivedere alcuni conti, ma in realtà per aiutarlo a introdurre in Firenze "un governo o vogliamo chiamarlo stato, nel quale i magistrati della città governino in nome suo, in fatti il Duca governò in tutto, [31]" scriveva al Vettori richiamandolo di aiuto e consiglio; e questi rispondendo conchiudeva: "E perchè mi scrivete con la Tullia accanto, non vorrei la leggessi similmente con essa accanto, perchè amandola voi come femmina che ha spirito, perchè per bellezza non lo merita, non vorrei mi potesse nuocere con qualcuno di quelli ch'io nomino. Io non sono per ammonire Filippo Strozzi, ancorachè, se le ammonizioni ricorregghino, non avete aver per male essere ammonito, ma ho inteso di non so che cartelli e di sfide andate a torno che mi hanno dato fastidio pensando che un par vostro, uomo di 43 anni, voglia combattere per una femmina, e benchè io creda sareste così atto all'arme come siete alle lettere ed a ogni altra cosa dove ponete la fantasia, non vorrei di presente vi metteste a questo pericolo di voler combattere per causa tanto leggiera; e vi ricordo che degli uomini come voi ne nascono pochi per secolo; e questo non dico per adulazione. Assettate le faccende vostre e poi tornate a rivederci". Pare che il consiglio del Vettori riuscisse caro e salutare allo Strozzi: in un cartello di sfida che conservasi in un codice Rinucciniano, ed è di quell'anno stesso in vano si cercherebbe il suo nome tra i sei campioni della Tullia [32].

Partita da Roma, la Tullia si recò certamente a Ferrara, ed ivi reduce di Francia capitava poco dopo il Muzio; nel 1535 era a Venezia ove nacque la sorella Penelope [33], e nel 1537 nuovamente a Ferrara seguendo di pochi giorni l'arrivo in questa città della marchesa di Pescara. Conobbe certamente allora il sanese Bernardo Ochino che appunto nella quaresima avea predicato ivi con mirabile fervore, e gli diresse il sonetto XXXV trattandolo poco cortesemente, e chiamandolo arrogante, perchè avea dal pergamo fulminato "le finte apparenze, e il ballo, e il suono", dono fatto da Dio agli uomini "ne la primiera stanza". Nello stesso anno le accadde una strana avventura, narrata da un Apollo novellista alla marchesa Isabella d'Este con lettera dei 13 giugno [34], e tale avventura servì mirabilmente per porla in buona vista, formare quella reputazione di onesta che la fama e le pasquinate avevano molto deteriorata, radunarle intorno un'eletta schiera di poeti e gentiluomini che adulandola, corteggiandola, facessero dimenticare il suo passato poco onorevole per riconoscere solo in lei la poetessa, la letterata, la discendente di sangue reale: e riuscì in massima parte; il Muzio e il Bentivoglio le profusero lodi e adulazioni in rima e in prosa, e la Tullia era posta al di sopra di Vittoria Colonna. Ancora una volta la cortigiana trionfava.