Da Ferrara la Tullia ritornò forse a Venezia, almeno così il _Dialogo_ dello Speroni fa credere; poi a Siena ove si accasò nel 1543 [35]. I documenti senesi che riguardano la Tullia dànno a conoscere una circostanza abbastanza seria per non essere lasciata senza esame e cioè che ella era, legalmente almeno, figlia di Costanzo Palmieri d'Aragona; ed infatti nell'atto di matrimonio è detta _Tullia Palmeria de Aragonia_, ed in altro documento ancor più chiaramente "_Filia quondam Constantii de Palmeriis de Aragona_". In base a tali documenti, eliminando del tutto l'ipotesi che ella fosse stata adottata da un Palmieri, conviene credere ad un matrimonio della Giulia Ferrarese, al quale non possiamo dare, neppure per approssimazione, una data qualsiasi. L'Aretino, il Domenichi, il Franco che citano la Giulia e ne parlano spesso diffusamente, mentre dànno particolari su altri amanti tacciono affatto di tale matrimonio; neppure un barlume ne apparisce nelle rime della Tullia e nelle lettere che di lei ci pervennero; parlando della propria famiglia dice _mia madre, mia sorella, ed io_; tace il Muzio, che, pur dando la paternità del cardinale d'Aragona alla Tullia, nulla impediva potesse parlarne nell'egloga dedicata alla Penelope nata molti anni dopo; ne tacciono assolutamente tutti i biografi. Ed apparisce del pari per la prima volta, almeno così ci consta, una casata Palmieri che abbia aggiunto il nome d'Aragona al proprio; rimangono tracce dei Piccolomini-Aragona, dei Tagliavia-Aragonia, dei _de Aragonia_, romani, ma nessuna dei Palmieri-Aragona. Questa casata non viene poi più a luce nè sulla tomba della Penelope che porta solo il nome di Aragona, nè nel testamento della Tullia ove non sono più mentovati nè padre, nè madre, nè marito. Una volta ancora, innanzi all'arida autenticità dei documenti, si oppone la tradizione, ferma, costante; essa vuole la Tullia figlia del cardinale d'Aragona e nel fatto nulla varrà a scemarla. Su questo padre più o meno putativo, che apparisce quasi per sua disgrazia, molte sarebbero le supposizioni a farsi; era forse un familiare del cardinale d'Aragona che acconsentì a sposare la Giulia Campana a prezzo d'oro, o qualche vanitoso che a scapito del suo amor proprio con l'acquisto della Tullia aggiunse al suo il casato degli Aragonesi? in ogni modo è assolutamente da escludere che quel _de Aragonia_ stia lì per fissaril luogo natio di quel buon Palmieri. Non ci peritiamo rispondere a quesìti così ardui ed anche inutili; bastano per noi tutte le testimonianze dei contemporanei a stabilite che la poetessa fu, pure illegittimamente, del sangue d'Aragona.
Sembra che in Siena ella fosse perseguita da malevoli che l'accusarono agli Esecutori Generali di Gabella di vestire e portare ornamenti vietati alle meretrici dagli statuti del Comune; fu agitato per ciò un processo nel febbraio del 1544, dal quale constando la vita onesta e morigerata della Tullia, le fu permesso di vestire ed abitare al pari di altre persone nobili ed oneste [36]. Non cessò per questo la malevolenza contro la Tullia e nell'agosto dello stesso anno [37] fu ancora denunciata per aver portato la sbernia il giorno di Pasqua, e tra i denunziatori apparisce Ottaviano Tondi, novesco, causa di torbidi in Siena per avere ucciso uno di parte popolare [38], e che la Tullia pianse morto un anno appresso in un sonetto diretto al fratello Emilio [39]. Certo ella ignorava il servizio che il buon novesco aveva tentato di renderle.
Sullo scorcio del 1545 la Tullia se ne venne a Firenze ove contrasse stretta amicizia col Varchi, col Martelli e parecchi altri, dei quali ci rimasero testimonianze nelle rime e nelle lettere di lui edite dal Biagi e dal Bongi [40]. E qui ancora doveva essere perseguitata dalle severe leggi sui costumi e sugli _ornamenti et habiti degli huomini e delle donne_. Il 19 ottobre 1546 il Duca Cosimo promulgava una di quelle leggi [41], ma la Tullia che credeva oramai per la fama di poetessa di non essere più compresa nel ruolo delle cortigiane, non se ne diè per intesa, sin che nell'aprile dell'anno appresso fu invitata dal Magistrato ad ottemperare alla legge mettendo sul vestito qual cosa di _giallo_ che doveva servire a distinguerla dalle oneste gentildonne. La Tullia ricorse a D. Pietro di Toledo nipote della duchessa Eleonora, che la consigliò presentare alla Duchessa una supplica unita ai sonetti a lei scritti da illustri letterati, a significare l'errore del magistrato di giustizia nell'annoverarla tra le cortigiane. Per correggere la supplica, se non per averla bell'e fatta ricorse la Tullia al Varchi [42], ed il dabben uomo volentieri si prestò a tanto urgente favore, e della Tullia non è forse nel seguente documento che il nome solamente.
"Ill.ma ed Ecc.ma Sig.ra Duchessa,
"Tullia Aragona, umilissima servitrice di V. E. Ill.ma, essendo rifugiata a Firenze per l'ultima mutazione di Siena, e non facendo i
portamenti che l'altre fanno anzi non uscendo quasi mai da una camera non che di casa, per trovarsi male disposta così dell'animo come del corpo, prega V. E. affine che non sia costretta a partirsi, che si degni d'impetrare tanto di grazia dall'Eccell.mo ed Ill.mo S.or Duca suo consorte, che ella possa se non servirsi di quei pochi panni che le sono rimasi per suo uso, come supplica nel suo capitolo, almeno che non sia tenuta all'osservanza del velo giallo. Ed ella, ponendo questo con gli altri obblighi molti e grandissimi che ha con S. E., pregherà Dio che la conservi sana e felice".
La cortigiana ottenne favore presso la duchessa; Cosimo scrisse di suo pugno sull'istanza "_Fasseli gratia per poetessa_"; e queste parole sono autenticate dalla soscrizione di Lelio Torelli, ministro del granduca. I luogotenenti del duca rilasciarono quindi all'Aragona, in data 1 maggio 1547, copia della deliberazione nella quale riconoscendo "la rara scientia di poesia e filosofia che si ritrova con piacere di pregiati ingegni la detta Tullia Aragona venga fatta esente da tutto quello a che ell'è obbligata quanto al suo abito, vestire e portamento [43] ". Un anno appresso, e precisamente nell'ottobre, scriveva al Varchi annunziandogli la sua partenza, gli mandava in dono _un paio di colombi, due fiaschi d'acqua ed uno di malvagia, una saliera di alabastro_, e da lui toglieva commiato per sempre con lettera che il Varchi avrà certamente preso per buona moneta; partiva quindi per Roma, dove il primo di febbraio del 1547 veniva a morte la sorella Penelope, seguita poco appresso dalla madre. La Tullia abitava in Campo Marzio nel palazzo Carpi, e nel libro della _Tassa fatta alle cortigiane per la reparatione del ponte_ (Rotto) [44] consta che ella pagava di pigione 40 scudi (in ragione tassata per scudi quattro) ed è una delle cortigiane che pagava di più; poche giungono ai cinquanta scudi, rare quelle che superano tal somma: evidentemente le condizioni finanziarie della Tullia non erano troppo rilassate, e non crediamo, come dubita il Bongi, che il poco profitto da lei ritratto in Firenze ed il desiderio di far esordire la Penelope nella più vasta e ricca scena di Roma fosse causa della sua dipartita di colà; nulla accenna pertanto avere la Penelope esordito nella triste carriera, anzi l'essere ella morta non ancora quattordicenne fa credere, magari con un poco d'ottimismo, che il desiderio della Giulia Campana forse più che della Tullia, se esistito, non rimase che semplice desiderio.
La Tullia visse certamente in Roma sino all'epoca di sua morte, che avvenne il 12 o 13 marzo del 1556. Era andata ad abitare nel rione Trastevere, in casa dell'oste Matteo Moretti da Parma, ed ivi il 2 marzo dello stesso anno dettava le sue ultime volontà al notaio Virgilio Grandinelli[45] Morta la Tullia ed apertone il testamento alli 14 di marzo, Pietro Ciocca in suo nome e per gli esecutori testamentari mons. Antonio Trivulzio vescovo di Tolone e Mario Frangipane, chiese all'auditore della Camera Apostolica un tutore per il giovinetto Celio. Tale ufficio fu conferito a D. Orazio Marchiani chierico pistoiese. Redatto l'inventario della roba lasciata dalla Tullia si procede alla vendita secondo le sue volontà; gli ori e le gioie furono acquistati dagli orafi Pompeo Fanetti a Santa Lucia della Chiavica, Maurizio Grana piemontese e Francesco Alarçon spagnolo al Pellegrino; la mobilia da Giovanni Battista della Valle fiorentino e Francino Francini d'Arezzo rigattiere a Monte Giordano. A quest'ultimo toccò in un con gli arnesi di cucina "una cassa vecchia nella quale c'erano trentacinque libri tra volgari e latini di più et diverse sorte, et tredici di musica tra usati, vecci, et stracciati et diverse altre carte et libri già stracciati". Ai singoli legati fu adempiuto con rogiti speciali; in uno di questi Celio non solo _herede_ della Tullia ma _figliuolo_ è chiamato. Di questo Celio e del Marchiani nessuna notizia giunse sino a noi; forse lasciarono Roma, ed il tutore, pistoiese, riedendo alla nativa citta, avrà menato seco il fanciullo: è certo che di essi perdesi la traccia dopo la morte della Tullia, nè le carte dell'archivio romano, esaminate dal cav. Corvisieri, ci possono dire quale sia stata la sorte del fanciullo. Che il padre fosse lo stesso Ciocca come altri supposero, non crediamo, parendoci allora superflua la nomina di un tutore, e dovendo in tal caso ammettere che il Celio fosse nato in Roma dopo il 1547, cosa molto improbabile e per le condizioni fisiche della Tullia e per l'appellativo di _giovinetto_ che viene dato al Celio, come ancora non lo supponiamo figliuolo del Guicciardi. L'Aragona conobbe forse il Ciocca in Venezia, essendo questo al servizio del Cornaro, ma a tale epoca non può risalire la nascita di Celio; dubitiamo anzi, sempre però su deduzioni, che la nascita di questo fanciullo fosse causa della dipartita dell'Aragona da Firenze.
La Tullia era di alta statura, non bella ma piacevole [46], gli occhi bellissimi e splendidissimi, e "nei movimenti loro una certa forza vivace che parea gittassero fuoco negli altrui cuori", forza provata dal Muzio che cantava:
.....occhi belli, occhi leggiadri, occhi amorosi e cari,
più che le stelle belli e più che il sole,
i capelli finissimi di un biondo oro, esaltati spesso da' suoi ammiratori, tra i quali il cardinale Ippolito de' Medici, al quale la porpora non impediva di bruciare innanzi alla bella Aragonese il suo granello d'incenso cantando: