se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro,
e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti,
e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti
co 'l riso, ond'io m'incendio e mi scoloro...

Nella pinacoteca Tosio di Brescia è conservato il ritratto della poetessa dipinto da Alessandro Bonvicino detto il _Moretto_, altri due veggonsi nell'edizione delle _Rime_ fatta dal Bolifon e nel vol. XII del _Parnaso italiano_. Di questi ultimi quale sia il valore non possiamo certo dire.

Tra i molti adoratori che ebbe a vantare la Tullia, Girolamo Muzio fu certo uno dei più costanti e veritieri, e benchè quando fu preso d'amore avesse oltrepassati i quarant'anni, si sente dalle sue rime che quell'affetto era serio e sincero, e che i versi esprimevano molto meno di quel che il cuore sentiva; dedica alla Tullia le sue egloghe _Amorose_ che in realtà parlano assolutamente di lei sola, e del suo amore non cela nè gli ardenti desideri nè le bramate conquiste. Con un verismo poco desiato certo da qualsiasi donna, anche abituata alla rilassatezza della vita di Ferrara, egli diceva alla Tullia:

Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia
raccogli quel che con le braccia aperte,
disioso t'aspetta, e nel tuo grembo
ricevi lieta l'infocato amante;
stringi e 'l bramoso amante, e strette aggiungi
le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto
suggi de l'alma amata, e del tuo spirto
il vivo fiore ispira a le sue brame.
Le belle membra tue, morbide e bianche,
ad Amor le consacra; ed al tuo amante,
qual vite ad olmo avviticchiata e stretta,
con lui cogli d'amore i dolci frutti.

Ma ben presto il Muzio recatosi a Milano in missione per il Duca Ercole d'Este, fu obliato, almeno per del tempo, e sostituito dal Bentivoglio; passata poi la Tullia da Ferrara a Venezia, Bernardo Tasso prese il posto dei precedenti, almeno così ci lascia credere lo Speroni che nel suo _Dialogo_ la introduce "a far l'amore con lui, presenti ed accettanti Nicolò Grazia e un altro spasimante Francesco Maria Molza"; indi a Firenze variò tra il Varchi, Ippolito de' Medici, il Tolomei, il Fracastoro, il Martelli, il Lasca, il Mannelli e lo Strozzi.

Vario e non sempre imparziale fu il giudizio dei contemporanei e dei posteri verso l'Aragona; aspro e satirico spesso sino a dare diritto di vilipenderla all'Aretino [47] e al Razzi [48]; buono e cortese ancora, come le testimonianze del Nardi e del Muzio. Il Nardi, tradotta in lingua toscana un'orazione di M. T. Cicerone (Venezia 1536) ne indirizzava un esemplare a Gian Francesco della Stufa con incarico di presentarlo alla Tullia _che per sè stessa oggi dirittamente da ogni uomo è giudicata unica e vera erede così del nome e di tutta la tulliana eloquenza_; Girolamo Muzio che si consolò del matrimonio della Tullia sposando circa il 1550 una damigella d'onore di Vittoria Farnese duchessa d'Urbino, nella lettera dedicatoria premessa al _Trattato del matrimonio_, scriveva: _Già avviso di vedere in voi quella donna la grazia della cui vergogna, come si legge nell'Ecclesiastico [49], è più che oro preciosa... Tale avviso che dovete esser voi facendo in tal guisa al mondo manifesto che della vostra passata vita ne è stata cagione necessità, et di questa la vostra libera volontà: che nel passato vi ha trasportata fortuna e che hor vi governa la vostra virtù_.

Frutto d'amore, ella visse sacra all'amore e nulla varrebbe a scusarla della poca onestà della sua vita; ma se è pur vero che gli abbietti trionfando della loro caduta trovano i buoni che li ricoprono, concediamo a lei le attenuanti dell'esempio: e di esempio ne ebbe a sufficienza, e per l'ambiente viziato nel quale nacque e visse, e nella stessa madre che allegramente dava alla luce figliuoli sino al 1535 e con la massima indifferenza li intitolava d'Aragona dopo sedici anni che il povero cardinale era andato all'altro mondo.

* * *

Tenuto conto delle condizioni in cui svolgevasi la poesia nel XVI secolo, le rime dell'Aragona non mancano certo di pregio; quantunque ancor essa che "volle avere il suo canzoniere [50]" non eviti quella freddezza che nasce da ogni ripetizione, quella noia che s'ingenera dalla descrizione di una passione misurata su i precetti rettorici e smentita dal fatto e dai costumi. La Tullia fu petrarchista della miglior acqua, e non poteva certo essere altrimenti; il Petrarca era l'idolo al quale si prostesero quasi tutti i rimatori del cinquecento ed il modello su cui si formarono, ricavando stima maggiore chi imitasse più servilmente il cantore di Laura, rubandone al tempo stesso il pensiero e la forma. Tutte le cortigiane letterate del cinquecento furono petrarchiste, se per altri il Petrarca era l'oracolo del purismo, per esse non rappresentava che la teorica dell'amore; quest'amore ideale o platonico, di Venere celeste, era cantato su tutti i toni, salvo poi ad avere, di altro amore, una più ampia e sicura conoscenza, e tale influenza, per donne quali l'Aragona, la Franco, la Stampa è spiegata dalla stessa relazione del petrarchismo con la cortigianeria. Un Petrarchino di piccolo formato, di edizione elegante era indispensabile al cortigiano effeminato e strisciante, i leggiadri cavalieri di Roma mostravansi per via "andando soavi soavi co' loro famigli a la staffa, su la quale tenevano solamente la punta del piede, col Petrarchino in mano, cantando con vezzi [51] ", ed i vagheggini più aridi e stucchevoli, appena ricevuto un sorriso della donna amata correvano "a casa a comporre una sestina, un madrigaletto, dove il cieco d'Adria non s'accorge che la mariuola gli ha furfato in versi, senza essere discoverta da nessuno". Dell'amore teoretico il Petrarca era il gran maestro per pratica e per scienza; il suo canzoniere si allontana da quell'amore pratico del cinquecento che si svolge in brutale sensualità, e in una brama di appetiti animali trascinarono la società nella più completa dissolutezza, nelle forme più sozze delle aberrazioni e del vizio; esso risponde all'amore intellettuale, richiesto dall'umanesimo, che veniva considerato quale anello di congiunzione con l'amore divino, e della cui infinità tratta l'Aragona in un suo dialogo [52]. Al contrario della Franco che canta l'amore dei sensi, l'Aragona è tutto ideale, tutto spiritualismo; i suoi affetti vogliono rasentare il cielo, e solo raramente trovasi qualche accenno alla triste sua vita; è invasa dalla manìa di passare ai posteri insieme ai letterati che ella canta, cerca ogni maniera di ricoprire la cortigiana con la poetessa, ed eleva i suoi canti indistintamente a tutti, principi e cardinali, letterati e soldati, uomini serii e burloni quali il Lasca; per lei l'uomo, essere animato, è nulla: la fama di un uomo, il tutto; il solo affetto per il giovane Mannelli si può credere sincero, tutte le altre proteste che inficiano le rime e quei sonetti che cambiato indirizzo, giravano d'adoratore in adoratore in edizioni stereotipe e consolavano tanto il Muzio che il Martelli [53], fanno a buon diritto dubitare di tutte queste espansioni cantate così altamente e serenamente. E la manìa dell'Aragona è anche spiegabile in altro senso. Cessate le seduzioni della bellezza tentava con l'arte di riunire la compagine di quegli adoratori che si venivano allontanando, e con la musica, il canto, le lettere cercare di sostenere i bisogni della casa: le sue rime sono spesso forzate, e la eco dell'onda classica da Orazio a Virgilio, da Dante a Petrarca viene spesso ad alimentare l'agonia di una vita finita. Delle imitazioni al Petrarca, evidentissime e nel pensiero e nello stile, ne citeremo solo alcune poche a titolo di saggio [54].

Sonetto X, v. 12-15: