Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero,
che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa,
sì dietro a miei dolor tutta m'invia,
che levarmi di terra indarno spero.

Cantin di te tanti gentil pastori,
che pascon le lor greggie al Po d'intorno,
a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno,
farà sentir non pur suoi bassi amori,
ma tu sarai la sua maggior fatica.

[Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per il
Muzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.]

XXVI. -- Allo stesso

Ben sono in me d'ogni virtute accese
le voglie tutte, e gli spirti alto intenti;
ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti,
ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

Onde non lodi no, ma gravi offese
mi son le rime vostre, e però tenti
vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti,
mille di lui cantar più degne imprese.

Ben può celar il ver finta bugia,
a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte:
ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

dunque per più secura e corta via,
rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte,
ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

[Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._]