Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stanco
de' danni miei, perchè sempre sospiri,
mi riconduce a la mia antica sorte;

e con sì acuto spron mi punge il fianco,
ch'io temo sotto i primi empii martiri
cader, e per men mal bramar la morte.

[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.]
[_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_,
Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.]
[_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ogni
secolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda che
contiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia,
presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.]

XL. -- Allo stesso

Qual vaga Filomela, che fuggita
è da l'odiata gabbia, e in superba
vista sen va tra gli arboscelli e l'erba,
tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita,
schernendo ogni martìre e pena acerba
de l'incredibil duol, ch'in sè riserba
qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!)
dal tempio di Ciprigna le mie spoglie,
e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie,
muterò, disse; e femmi prigioniera
di tua virtù, per rinovar mie doglie.

XLI. -- Allo stesso

Felice speme, ch'a tant'alta impresa
ergi la mente mia, che ad or ad ora
dietro al santo pensier che la innamora,
sen vola al Ciel per contemplare intesa.