se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile,
or che raggio divin le scalda il seno,
ricevi o Santo nel tuo pasco ameno
questa tua pecorella errante e vile;
sì che possa ridotta in piagge apriche,
ove nocer non può contraria sorte,
nè fiere stelle al nostro danno intente;
poste in oblìo l'acerbe sue fatiche
fuggir le pompe, e disprezzar la morte,
tenendo sempre in Dio ferma la mente.
[Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori,
nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMO
RUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor Girolamo
Artusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_,
M.D.LIII, a carte 182.]
LIII. -- Allo stesso
Signor nel cui divino alto valore
tanto si gloria l'una Gallia altera,
e l'altra tutta mesta e afflitta spera
por fin a l'aspro suo grave dolore,
poscia che voi tornando, il suo splendore
torna e fa bella Roma:
ecco la sparsa chioma,
ella v'accoglie lieta, e manda fore,
voci gioconde a asciuga gli occhi molli,
e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli.
La pace, la letizia, a la sublime
schiera de le virtù sacre, ch'a noi
spariro al partir vostro, ora con voi
riedono, e fan contesa al tornar prime
le Muse a celebrarvi in versi e in rime;
destano i chiari spirti,
ond'or s'ergano i mirti,
e i lauri spargon l'onorate cime,
e prima de l'usato il mondo infiora,
e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.
Fra tanto almo gioir, fra tanta festa,
ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente,
anch'io la speme, e la letizia spente
poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta,
se mirate, Signor, quel che m'infesta
noioso e aspro duolo
che voi potete solo
ridurmi in porto da crudel tempesta,
e volgendo ver me pietoso il ciglio
trar mia vita di doglia e di periglio.
Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi,
che dee chiuder di Giano il tempio aperto,
benchè nulla è 'l mio merto,
pregal, che sola non mi lasci in guerra
poi che per lui si spera pace in terra.
[_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.]