LIV.
Se materna pietate afflige il core
onde cercando in questa parte e in quella
il caro figlio tuo, Lilla mia bella,
piangi, e cresci piangendo il tuo dolore:
a te, ch'animal se' di ragion fore,
e non intendi (ohimè) quanto rubella
sia stata ad ambe noi sorte empia e fella,
togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore;
che far (lassa) degg'io? Qual degno pianto
verseran gli occhi miei dal cor mai sempre,
che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno?
Chi potrà di Psichi con alto canto
cantar l'altere lodi: o con quai tempre
temprar quel, che mi da sua morte affanno?
[V. 3 Lilia; C. D. Lilla.]
[5 C. D. sei.]
[12 C. D. Chi di Psichi potrà.]
LV.
Ben mi credea fuggendo il mio bel sole
scemar (misera me) l'ardente foco
con cercar chiari rivi, e starne a l'ombra
ne i più fronzuti e solitarii boschi;
ma quanto più lontan luce il suo raggio
tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.
Chi crederebbe mai che questo vampo
crescesse quanto è più lontan dal sole?
E pur il provo, che quel divin raggio
quant'è più lunge più raddoppia il foco:
nè mi giova abitar fontane o boschi,
ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.
Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,
che 'l mio così cocente e fero vampo
non ponno ammorzar punto fonti o boschi;
ma ben seguirò sempre il mio bel sole,
poscia che nuova salamandra in foco
vivo lieta, mercè del divo raggio.