Or qual penna d'ingegno m'assecura
di poter appressarmi al gran valore
di quella che di pregio alto e d'onore,
ornarmi con sue rime ha tanta cura?

La debil pianta, mia da sè non dura,
e se prende crescendo alcun vigore,
nutrita è dal fecondo vostro umore,
che tal frutto non vien d'altra coltura.

Ma se di quella vostra le semente
sempre mi trovo al petto, nè più spero
sentir d'essa giammai cosa più degna,

scorgete adunque col giudicio interno
che tutte l'altre voghe in me son spente,
e vive quel ch'amor di voi m'insegna.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Porzio gentile a cui l'alma natura_.]

LE AMOROSE EGLOGHE DEL MUZIO GIUSTINOPOLITANO
ALLA SIGNORA TULLIA D'ARAGONA

I.
MOPSO

Mopso, _solo_.

Canti chi vuol le sanguinose imprese
del fiero Marte, e d'onorati allori
cinto le tempie a suon di chiara tromba
desti i bianchi destrier, ch'in Campidoglio
han da condur i purpurei trionfi;
a me, cui 'l ciel non diè sì altero spirto,
basta parlar tra le fontane e i boschi
de gli onori di Pan; e che la fronte
m'ornin le Ninfe d'edere e di mirti,
mentre ch'al suon de le incerate canne
fo risonar quella virtù che move
dal vivo ardor de i lor splendenti lumi.

E or darà al mio dir ampio suggetto
l'amor del pastor Mopso; di quel Mopso
lo qual sacrato ha infin da i teneri anni
i sensi e l'alma al tempio di Parnaso.