MOPSO. Dove, dicea, mi scorge or la tua luce,
candida luna, per solinghe strade?
Tirar mi sento ove per gli erti gioghi
rara di piede umano orma si scorge.
Qual novo aspetto e qual novo desire
verdeggia nel mio cor? La folta selva
de l'odorate, verdi, ombrose piante,
tutto m'empie d'orror e di diletto.
E quel dolce ruscel, che mormorando
fugge tra l'erbe e i flori, a sè mi chiama.
Ma donde viene il canto? E donde il suono
che sì dolce lusinga l'aere intorno?
E cosi è dolce, che simil dolcezza
non porge a me 'l belar de le mie gregge,
nè sì soave è 'l suon de le mie canne.
Or ecco là che giovinette donne
cinte le terapie di fronduti rami
fan la nova armonia; ina che vegg'io?
Non è tra lor, non è colei ìa mia?
Ahi! m'è tolta la voce. Or chi l'ha scorta
di mezza notte senza fida scorta
da le rive del Po fra questi boschi?
E che fa qui l'altero giovinetto
c'ha la lira dorata e d'or le chiome
e d'ogni vello ancor le guancie ha nude:
misero: adunque? Adunque in cotal guisa?
Or dove sono? E che fo? Vegghio o dormo?
Non so ove sia: non so se vegghi o dorma.
E s'io vegghio, è ella dessa o altra? Ahi, lasso,
non conosco io la ninfa mia? La voce
piena di melodia, gli ardenti lumi,
il vago aspetto, il grazioso viso:
gli atti soavi, i movimenti alteri:
l'andar, lo star: la mano, i piedi, i panni,
far la dovrian pur conta a gli occhi miei.
E s'altro a me non la facesse conta,
si la farìa quell'amoroso orrore
ch'a l'apparir di lei m'ha l'alma ingombra,
e quel desio, che qui condotto m'have,
u' condur non poteami altro desìo.
Ma ch'è quel ch'odo, che da l'altre l'odo
chiamar sorella e nominar Talia?
Questo bosco di lauri e quella fonte:
le donne coronate: il bel concento:
l'aspetto più ch'umano? Or una, e due,
tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove,
il numero conviensi... questo è 'l giogo
de l'alme Muse: e queste son le Muse.
E una n'è la mia. È la mia ninfa
dunque una Musa, o son le Muse ninfe?
O mia, come dir debbo, alma mia Diva,
con quanto amor, con quanto studio ed arte,
fra mortali discesa dentro a l'alma
m'accendesti l'ardor; presso al cui raggio
movendo i passi, a questo santo giogo
mi trovo aggiunto. O mano, amata mano,
tu mi tien, tu mi guida: o caro dono,
bramato don, così ne foss'io degno.
Tu con la tua sorella le mie terapie
fai verdeggiar de l'onorata fronde
perch'ogni mio pensier tutto verdeggia.
O sacri, vivi e lucidi cristalli,
onde s'inaffian così rare piante,
qual radice ha sentito il vostro umore
c'ha virtù di produr pianta sì ferma
che non le nuoce il più cocente sole:
non la molesta grandine nè pioggia:
non la crolla il furor di Borea o d'Austro,
e non la tocca il folgorar di Giove?
Qual radice ha sentito il vostro umore?
Ne la sua pianta il verde eterno vive;
vivono eterni i fior, vivono i frutti:
nè muta vista per mutar stagione.
Beato, eterno umor che liete e chiare
fai le piante, le fronde, i frutti e i fiori;
i' pur spengo di te mia lunga sete:
e 'n te s'attuffan mie bramose labbra.
O che veggio? O che intendo? Il cieco velo
tolt'è da gli occhi miei: m'è fatto amico
il sacro coro, amico il santo Apollo.
Pur or conosco io te fedel compagna,
fedel mia guida e mia fedel maestra;
Erato bella. Tu fin da la culla
mi fosti a lato; tu la tua sorella
fra le genti mortali in forma umana
mi scorgesti a mirar. Tu mi dimostri
com'io lei segua, cui più sempre amando
l'alma mia più verdeggia e più s'infiora.
Ma che novo desir mi punge il core
di levarmi da terra? Oh, ch'i' mi sento
mutar di fuori e farmi un bianco augello:
le man, gli omeri, il capo, il collo, il petto
tutti si veston di novelle piume;
già comincio a cantar, già batto l'ali....
non mi lasciar Talia, levati a volo;..
Erato spiega al ciel l'aurate penne...
date forza al mio ardir, che senza voi
ogni mio sforzo alfin sarebbe invano.
Già lasciato ho 'l terreno; altero e lieve
sopra i nuvoli m'alzo e sopra i venti:
già mi si fa minor e terra e mare.
Alma sorella del compagno e Dio
de la mia Dea benigna, a te raccogli
colui, cui la tua luce ha mostro il calle
di gir al monte ove la via s'impara,
che l'alme altrui conduce a più bel monte.
I' veggio aperte le dorate porte
del gran gìardin, ch'i muri ha di zaffiro;
qui n'accoglie Diana; e qui n'envia
per la verdura del suo bel verziero;
qui la fiorita e verde primavera
move d'intorno, e va pascendo il verde
del santo umor de la rugiada eterna;
qui l'alma Clori e 'l suo diletto sposo
spargendo a l'aere ognor novelli odori
van dipingendo il variato suolo;
qui non arde la state e qui non sfronda
l'autunno i rami e non gli imbianca il verno;
qui vive il verde eterno; eterni rivi
di liquidi smeraldi i verdi prati
van compartendo; al mormorar de l'acque,
al soave spirar de le dolci aure,
al tremolar de i verdeggianti rami,
suonano in dolci e 'n dilettosi accenti
mille amorosi eterni rosignoli.
Qui s'odon risonar cetre e zampogne;
immortai cetre e immortai zampogne;
oh dolce vista, ed oh soavi note;
oh tra 'l veder e udir dolci pensieri;
qui, santissime Muse: qui Talia,
qui, qui sia, Diva, eterno il nostro albergo.
Così diceva il forsennato Mopso:
e così detto, muto e sbigottito
stette buon spazio; e 'n sé fatto ritorno
e raccolto lo spirto, alti sospiri
dal cor traendo, intorno al molle tronco
d'un tenero olmo tai parole scrisse:
Udite selve, udite Dei silvestri,
odan le ninfe, oda ogni pastore.
Ho veduto Elicona e 'l sacro bosco;
ho veduto 'l licor ch'i nomi avviva;
veduto ho Febo e le dotte sorelle,
e Tirrenia fra loro; una di loro
è la bella Tirrenia: ella m'ha tratto
al sacro bosco, e dal bosco a la fonte,
e da la fonte al cielo: ella è colei
che m'arde 'l cor; ella è colei ch'io canto;
ella è il mio sole; ella è la mia Talia.
Ed io son Mopso. Pianta eterna vivi:
e i nomi nostri eternamente serva.
IV.
TALIA
Mopso, solo.