Ma che parl'io? che fo? dormo o vaneggio?
sì son col core al mio bel sole intento
ch'ad alta voce ancor chiamo e richiamo,
e pur or sommi accorto ch'è tant'alto
sorto 'l sol del mio sol sola sembianza.
Oh così fosse ai miei bramosi lumi
sorto il lor sol. Tornato è 'l giorno al mondo
non (lasso) a me, ch'a me non luce il sole,
non s'apre il giorno a me se non si scopre
colei, ch'è sola il sol de l'alma mia.
Oh me infelice sovra ogni vivente!
Sa l'universo, sanno gli elementi,
san le ninfe e i pastor, sanno i bifolchi,
san le fiere e gli augelli, e san le gregge
che da tornare ha il sole e 'l giorno e quando;
e sol io solo senza sole e senza
alcun lume, di giorno in cieca notte
vo brancolando: e non so quando o come
mi ritorni a veder l'amato raggio.
Ahi, lasso me dolente: or fosse almeno
la notte mia tal notte, qual'è quella
ch'al cader del suo sole al mondo sorge,
ch'in quella dolce notte in ogni verso
si posa in pace! Rive, prati e poggi
valli, monti, campagne, selve e fonti
han dolce requie, e i miseri mortali
quetan le stanche membra e ogni affanno,
ogni fatica, mandano in oblio.
Ma non è tal la mia, che cieco e solo
vo intorno errando. E non han pace o tregua
gli occhi miei, non i piedi e non la lingua;
no 'l pensir, no 'l desir, non i sospiri.
E s'alcun è che turbi l'altrui pace,
io son quel desso; che son sol colui
che col continuo suon de' miei lamenti
ho già stancate le campagne e i colli.
Almo mio caro sol, sarà giammai
ch'io ti rivegga un giorno, un giorno intero?
Un giorno che giammai non giunga a sera,
e gli occhi affisi in te quant'io vorrei?
Ahi, lasso me: perché, perché non lice
mostrar aperto il cor? perché disdetto
m'è 'l dir ch'io t'ami, se cotanto t'amo?
Perché disdetto a te l'amar chi t'ama?
Cotai parole, e altre sospirando
e lagrimando, il doloroso Mopso
spargeva a l'aura; e io che senza scorta
lasciata avea la greggia e tuttavia
sentia montando il sol montar il caldo,
lui lasciai pur dolersi: il dolce canto
fra me stesso membrando, e 'l petto pieno
non di minor pietà che di dolcezza.
III
IL FURORE
Mopso, solo.
Dive, ch'al suon de la dorata cetra
dei sacro Apollo, al glorioso fonte
fate dintorno mille dolci giri,
premendo il verde del fiorito suolo
liete alternando le vezzose piante
non senza l'armonia d'eterni versi:
quella, ch'è Donna de le Donne, e Donna
è del mio cor, o sante Donne, o Dive,
vuoi pur ch'io canti: e vuol che 'l canto s'erga
sopra ogni bosco. Adunque perchè 'l canto
sia canto degno di Donna sì cara
movete insieme e con voi mova Apollo:
mova tutto Elicona e si raccolga
tutto lo spirto vostro entro al mio petto.
Oh de la mente mia lucido specchio,
alma gentil fra le belle alme bella,
in cui fiso mirando d'ora in ora,
si fan dentr'al mio cor novi concetti,
da partorir scrivendo in nove carte;
lietamente ricevi il novo frutto,
che prodotto ha 'l germoglìo del tuo seme;
e mentre io fo sonar la mia zampogna
al furor del tuo Mopso porgi orecchie,
e nel furor di Mopso al furor mio.
Salita era la notte al sommo cielo
e rilucea nel mezzo del suo cerchio
la sorella di Febo, il bianco volto
tutta splendente del fraterno lume.
Taceva il mondo, in sè pe' lor vestigi
tacite si volgean l'eterne spere;
taceano i venti e 'l mar; tacea la terra
e con lei piani e colli, e monti, e valli.
Sol nel silenzio d'ogni alma vivente
non tacea Mopso: e non taceva amore
dentro al suo petto. Ei per deserte piagge
da furor trasportato, solo e vago,
errava, intorno pur con gli occhi fissi
ne la cornuta diva. E 'n quello stato
disse de l'amor suo cose sì nove,
che ne suonano ancor le selve e gli antri.