[12]. Variarum, I, 27.
[13]. Variarum, III, 13.
[14]. «.... nostra fecisti eximia tempora praedicari. Ornasti de conscientiae integritate palatia, dedisti populis altam quietem.» Variarum, III, 23. Un bell'esempio di tolleranza antica trovasi in queste parole di una lettera motivata dall'incendio di una sinagoga in una sedizione contro i Giudei, «quia nolumus aliquid detestabile fieri unde romana gravitas debeat accusari.... Hoc enim nobis vehementer displicuisse cognoscite ut intentiones vanissimae populorum usque ad eversiones pervenerint fabricarum, ubi totum pulchrum volumus esse compositum.» Variarum, IV, 43. Anche il codice Teodosiano, pur così poco tollerante, favorisce i Giudei e impone che sieno rispettati. Cod. Theod., lib. XVI, tit. VIII, 9. De Iudaeis.
[15]. Variarum, I, 45.
[16]. Variarum, X, 31.
[17]. A questa storia col nome di Historia Tripartita per essere compilata dalle opere dei tre scrittori greci Socrate, Sozomene e Teodoreto, rimase per secoli una grande e popolare autorità nella Chiesa d'Occidente. La traduzione di questi autori fu eseguita da Epifanio amico di Cassiodoro.
[18]. Magni Aurelii Cassiodori Senatoris, Opera Omnia.... opera et studio J. Gareth, Venetiis, 1729; Cassiodori Senatoris, Variae, rec. Th. Mommsen, Mon. Germ. Hist. Auctorum Antiquissimorum, t. XII; e cf. Mommsen, Die Chronick des Cassiod. Senator in Abhandlungen der Koen. saechs. Ges. der Wiss. phil.-hist. Kl., vol. III, 1861; A. Olleris, Cassiodore conservateur des livres de l'antiquité latine, Paris, 1841; Koepke, Anfänge des Königthums bei den Göthen, Berlin, 1859; A. Thorbecke, Cassiodorus Senator, Heidelberg, 1867; A. Franz, Cassiodorius Senator, Bresslau, 1872; I. Ciampi, I Cassiodori, Imola, 1876; Usener, Anecdoton Holderi, Ein Beitrag zur Geschichte Roms in Ostgothischer Zeit, Bonn, 1877; A. Gaudenzi, L'opera di Cassiodorio a Ravenna in Atti e Memorie della R. Deputazione di Romagna, 1885; Wattenbach, Op. cit., I, 65; A. Ebert, Hist. Générale de la littérature du Moyen Age, trad. Aymeric e Condamin, Parigi, 1893. Citando l'Ebert mi valgo di questa traduzione che fu approvata e arricchita di qualche aggiunta dall'autore; T. Hodgkin, fa precedere il lavoro suo già citato sulle Variae da uno studio notevolissimo intorno alla vita e agli scritti di Cassiodoro. Egli e l'Ebert riassumono con molta chiarezza le opere teologiche di questo scrittore e specialmente il trattato De anima, e le Institutiones divinarum et saecularium lectionum. Un altro studio interessante è quello del Church intitolato Cassiodorus. Church, Miscellaneous essays, London, Macmillan, 1891.
[19]. Giordane afferma ch'egli ebbe in mano per soli tre giorni il libro di Cassiodoro, ma a questa asserzione nessuno degli scrittori moderni sembra prestare molta fede.
[20]. Quasi universalmente finora si tenne, dietro la scorta di Giacomo Grimm, che il Vigilio a cui questo libro è dedicato fosse papa Vigilio. Il Mommsen, e ancor prima di lui l'Ebert, hanno però notato che un semplice ecclesiastico come era Giordane, mai non avrebbe potuto nella dedica trattar familiarmente un papa, e meno ancora rivolgergli le esortazioni che si leggono nel passo seguente: «Tu vero ausculta Iohannem apostolum qui ait: carissimi, nolite diligere mundum neque ea que in mundo sunt, quia mundus transit et concupiscentia eius: qui autem fecerit voluntatem Dei, maneat in aeternum. Estoque toto corde diligens Deum et proximum ut adimpleas legem et ores pro me, novilissime et magnifice frater.» Veggasi la prefazione del Mommsen alla recente edizione di Giordane pubblicata da lui nei Monumenta Germaniae Historica (Auctorum Antiquissimorum, tom. V, Pars Prior). Al Wattenbach tuttavia le ragioni addotte dall'Ebert e dal Mommsen non sembrano abbastanza persuasive. Op. cit., I, 77, e anch'io mi accosto al Wattenbach.
[21]. Per dare un saggio del libro di Giordane reco tradotto qui in nota questo ritratto di Attila ch'egli però attinse da Prisco: «Uomo nato a desolazione di popoli, a sgomento d'ogni terra, il quale, non so per qual sorte, atterriva tutti colla formidabile fama che si spargeva di lui. Incedeva superbo girando gli occhi qua e là per mostrar l'altera potenza sua pur col muovere del corpo. Amante di guerre ma temperante di mano, validissimo di consiglio, arrendevole ai supplicanti, propizio a chi una volta egli avea ricevuto nella sua fede. Breve di statura, largo del petto, grosso il capo, piccoli gli occhi, rada la barba sparsa di canizie, schiacciato il naso, pallido il colorito, segni di sua razza. Il quale, avvegnaché per natura confidasse molto, pur gli cresceva fiducia la ritrovata spada di Marte sempre sacra agli Sciti. Questa, narra Prisco lo storico, ritrovossi in tal modo. Un pastore, egli dice, vedendo zoppicare una giovenca dell'armento nè potendo trovar la cagione di quella ferita, seguì attento le tracce del sangue e finalmente arrivò alla spada che la giovenca aveva calcato incauta pascendo, e trattala di terra subito la recò ad Attila. Questi rallegratosi di quel dono, di gran core com'era, stimò d'esser fatto principe dell'universo e per la spada di Marte essergli concessa la potestà della guerra.»