—Sì—rispose l'anarchico, che si era accorto dello stato anormale del fattorino.

—Prenda—rispose questi soddisfatto, dandogli la lettera.

—Chi manda?—insistè Giunti da canto suo.

Il fattorino rise.

—Un uomo in calzoni.—rispose.—Matta idea la sua. Mi diede la lettera qua, sulla strada. Buona idea la mia di appostarmi il giorno di Natale. Cioè. Non mi era appostato. Ero stato a Messa Diamine. Ci vado a Natale ed a Pasqua. Non sono mica un cane io. Eppoi ero andato a bere un bicchierino. Tempo cane, signori. Loro signori non sentono l'inverno. Hanno una bella abitazione, mangiano bene, bevono meglio, sono ben vestiti. Ma verrà il giorno, sa! Non sono anarchico io! il ciel mi guardi! Ma verrà il giorno; deve venire il giorno..!—esclamò il fattorino, e i suoi piccoli occhi lustri, brillavano di una luce strana, tra il minaccioso e l'allegro. Egli assaporava già ora le gioie di quel dì, vicino o lontano, ma che doveva certo venire, nel quale sarebbero state livellate le condizioni sociali ed egli avrebbe potuto passarsela come i signori, liberi questi di fare i fattorini se credevano, e magari di mendicare.

Giunti non dimenticò di essere anarchico. Volle fare un po' di propaganda alle sue persuasioni, e disse perciò:

—Il giorno è vicino!

Stupore del vecchio.

—Lo dice anche lei?—domandò.

—Sì.