Lo avrebbe giudicato egualmente vile; oppure avrebbe pensato che non si poteva fare senza di lui; che egli, Narciso, era indispensabile?

Avrebbe potuto rimproverargli la sua colpa?

No.

L'altro gli avrebbe potuto dire: Perchè rimproveri a me quanto dovresti rimproverare prima a te stesso? sei forse un bambino, che non osi agire da solo; che dipendi da me nel tuo operato? se io sono un vile, che mi sono rifiutato di gettare la bomba, lo sei tu pure. Era proprio necessario che due scoppiassero allo stesso tempo? Non bastava una sola, la tua?

Potenza dell'orgoglio umano, di un falso amor proprio, della tema di venir giudicato male! Egli mutò rapidamente pensiero. Aveva deciso di soprassedere a quel getto; di attendere un istante più opportuno. La sua prudenza gli aveva suggerito questo. Aveva preso questa decisione dopo un esame maturo e prudente, ed ora bastò quello scritto, bastò la tema di venir creduto vile, per fargli mutare pensiero.

—Non avrà il gusto di rimproverarmi la sua viltà!—disse, e prese la rapida decisione di attuare il suo progetto e di diventare, quella mattina ancora, assassino e omicida.

La ragione gli diceva: Attendi, attendi! Ma egli ne faceva tacere con violenza la voce.

La coscienza gli diceva: Bada che fai contro la luce; ed i suoi sogni si ergevano maestosi, terribili, avanti a lui e gridavano: Tu agisci male; tu inganni la tua coscienza; la Chiesa non ha mai avversato la vera libertà, non è nemica d'Italia.

Il suo falso amor proprio fece tacere anche questa voce. Non gli riuscì di ridurla al silenzio; pure la soffocò dicendo a se stesso: Non essere vile!

Prese posto al tavolo e scrisse a Narciso Rossi. Gli scrisse parole molto amare, di grande rimprovero per la sua viltà senza nome.