Vennero: molti. Un brillante senatore, sua moglie, nobili patrizi, candide donzelle, fanciulli, operai dalle mani incallite, poveri schiavi. Egli li guardò con disprezzo.
—Incendiari!
Nessuno rispose.
Il loro silenzio gli diede sui nervi. Li sapeva innocenti e voleva che si confessassero rei od almeno si scolpassero.
—In ginocchio avanti a me, ad Apollo, al vostro dio! Adoratemi!
Un vecchio tremante; una rovina umana; un povero scheletro scoperto di gialla pelle; i digiuni avevano sfibrato il corpo di Lino, rispose:
—Cesare. La vita per te ed il sangue alla tua difesa. Non hai mai avuto sudditi più fedeli di noi. Ma non possiamo adorare che il solo Dio che ci creò ed il suo Cristo che ci redense.
I cortigiani volevano costringere i cristiani colla forza a piegare le ginocchia avanti al nuovo nume, ma Nerone il proibì.
Promise. Le sue promesse non smossero quei prodi; minacciò; annunziò la sua grandezza; toccò la sua cetra e cantò. Se il canto di Orfeo aveva ammansato le fiere, il suo doveva ammansare i cristiani.
Ma il suo canto non compì il prodigio, ed egli ne fu adiratissimo; più adirato del loro rifiuto di adorarlo. Essi lo umiliavano avanti a tutti, ne volevano distruggere la fama e la gloria, col provare, che quanto era riuscito a Orfeo non riusciva a lui. Montò sulle furie. Bisognava piegarli.