È un liberto che ha beneficato, che ha amato, che gli sarà rimasto fedele.
La via è polverosa; il caldo soffocante. I rari passanti guardano con indifferenza il cavaliere, madido di sudore, in groppa al magro ronzino, seguito da quattro schiavi; certo un uomo povero. Ignorano, che egli è il dominatore del mondo.
Lo era. Ora non lo era più.
Sciocco! Perchè non ha rinunziato all'impero? Gli dei gli hanno pur dato il canto!
Giunge da Faone.
—Il senato ti ha deposto; ti ha giudicato. Sei stato dichiarato nemico della patria. Ti hanno condannato alle forche!
Il senato! Quei senatori, che ha tanto beneficato, che ha avuto ai suoi piedi, che lo hanno dichiarato l'amore e la delizia del genere umano, il miglior tra i Cesari. Il senato! Maledetti, maledetti!
È adirato con se stesso, che li ha tollerati in vita, che non li ha fatti scannare tutti, tutti. Eppoi pensa a se stesso. Deposto, condannato alle forche! Gli avessero lasciato almeno l'Egitto!
—Suicidati!
Deve suicidarsi. Le forche. Mai! Ma non sa decidersi.