—C'è chi ci tiene moltissimo ai sogni della notte di Natale.

Giovanni Giunti non rispose ma si occupò del suo caffè. Il cameriere comprese e si allontanò.

Vuotò in fretta la tazza. Non si sentiva ad agio in quell'ambiente pubblico, allora vuoto, sotto gli occhi curiosi dei camerieri sfaccendati, i quali lo osservavano come una rara avis, una bestia strana. Non voleva pascere, colla sua persona, l'altrui curiosità.

Fece un breve giro per la città silenziosa, alla luce grigia di un'alba, contrastata dalle dense nubi, che velavano il cielo, e poi ritornò a casa per attendere Narciso Rossi.

Erano le sette e tre quarti.

Che cosa aveva da fare; come ammazzare il tempo fino alle dieci, quando sarebbe andato alla cattedrale, per gettare la bomba tra i fedeli?

Girò irrequieto su e giù nella stanza da studio, tormentato dai suoi antichi sogni, il cui ricordo, strana cosa, non lo abbandonava. Aprì due volte lo stipo e lo rinchiuse. La vista delle bombe non gli faceva più piacere. Una voce interna lo rimproverava:

—Tu fai contro la luce. Ed egli sentiva, che la voce non aveva tutti i torti.

L'anarchia?

L'unica tavola di salvezza.