La mano che gli serrava il braccio gli parve fredda come l’artiglio d’un demone, provò quel ribrezzo che si prova al sentirsi girare intorno alle membra le spire d’un serpe, gli sembrava di vedere il vecchio steso sul suo letto, e il lume crepitare debolmente, e un’ombra strisciare tra le tenebre, compiersi il delitto, e sul capo dei colpevoli gracchiare la stridula voce della vecchia... sinistra profetessa di sventura che sul capo degli assassini salmeggiava il versetto della Bibbia che chiama il cielo a vindice sui delitti della terra!...

CAPITOLO IV. La ballata dei morti.

I due fratelli uscirono dalla taverna; eran cupi e silenziosi come la notte che s’addensava sul loro capo fosca di tenebre. Addentratisi per le varie vie della città, giunsero a Porta Leona quasi senza scambiare un motto; tutto taceva a loro d’intorno, dalle finestre non splendeva un lume, sentivasi solo il suono alternato dei loro passi al cui rumore si volgevano talvolta di soprassalto, poi riprendevano la via.

La casa dell’alchimista giganteggiava nelle tenebre, il vento della notte vi fischiava intorno, l’acqua del canale rumoreggiando seguitava il suo corso, essi ristettero, pareva che un arcano senso di paura li rattenesse dall’avvicinarla.

Enrico mosse per il primo con passo fermo, squassò le sue lunghe chiome che gli scendean sugli omeri a guisa di chi voglia scacciare un importuno pensiero o vincere un’infantile impressione dell’animo e si fe’ innanzi. Il portone era chiuso.

— Chi è entrato in casa? domandò al fratello.

— Sarà la vecchia Marta che venne a cercarti alla taverna.

Enrico diè di piglio al battente ed il silenzio della notte fu rotto dai reiterati e gravi colpi percossi sul maglio e che sinistramente echeggiarono nella valle.

Non un rumore interno vi rispose.

— Apri, strega del diavolo!... gridò Enrico con accento irritato.